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Nigeria: Shell "complice" dell'impiccagione dei 9 Ogoni. A processo in Olanda

Quattro vedove degli Ogoni (etnia africana che abita la regione del Delta del Niger) impiccati nel 1995 portano in tribunale la Shell, considerata complice del processo farsa.

La Shell, multinazionale del settore petrolifero, è stata citata in giudizio per complicità nell'arresto illegale, nella detenzione e nell'esecuzione di nove uomini, impiccati nel 1995 sotto la giunta militare nigeriana. Lo rende noto Amnesty International, spiegando che a portare davanti a un tribunale civile olandese il gigante petrolifero è stata Esther Kiobel, vedova di Barinem Kiobel, impiccato il 10 novembre 1995. Insieme a lei altre tre vedove dei nove uomini impiccati in quello che è passato alla storia come il caso dei "nove ogoni". Dopo l'uccisione del marito, Esther Kiobe è dapprima fuggita in Benin per poi ottenere nel 1998 asilo politico negli Stati Uniti, dove tuttora vive.

Gli Ogoni sono un'etnia africana che abita la regione del Delta del Niger. Come riassume brevemente Wikipedia, a partire dagli anni 1990 l'etnia Ogoni si è data un'organizzazione politica largamente maggioritaria nella popolazione (il Movimento per la Sopravvivenza del Popolo Ogoni) che rivendica con mezzi non violenti l'autodeterminazione del popolo Ogoni e si oppone alla distruzione dell'ecosistema del Delta, causato dalle perdite di petrolio degli stabilimenti presenti nell'area. L'esponente di maggior rilievo della cultura Ogoni è stato Ken Saro-Wiwa, scrittore, poeta, attivista e produttore televisivo nigeriano, impiccato nel 1995 per il suo impegno in difesa del suo popolo.
Nel 1996 Jenny Green, avvocato del Center for Constitutional Rights di New York avviò una causa contro la Shell per dimostrare il coinvolgimento della multinazionale petrolifera nell'esecuzione di Saro-Wiwa. Il processo ha poi avuto inizio nel maggio 2009, e la Shell ha subito patteggiato accettando di pagare un risarcimento di 15 milioni e mezzo di dollari (11,1 milioni di euro). La Shell ha però precisato che ha accettato di pagare il risarcimento non perché colpevole del fatto ma per aiutare il "processo di riconciliazione". Secondo gli ambientalisti, invece, documenti confidenziali della Shell dimostrerebbero il coinvolgimento della compagnia petrolifera nelle violazioni dei diritti umani in Nigeria.

Amnesty International ha sempre considerato Ken Saro-Wiwa e Barinem Kiobel prigionieri di coscienza, arrestati e poi uccisi a causa delle loro idee pacifiche. Barinem Kiobel non era un membro del Mosop (Movimento per la sopravvivenza del popolo ogoni), ma un alto funzionario del governo che aveva criticato le operazioni militari nell'Ogoniland.

Amnesty ricorda che "nell'anno delle impiccagioni la Shell era di gran lunga la più importante compagnia petrolifera operante in Nigeria, con una produzione di quasi un milione di barili al giorno, corrispondenti a quasi la metà della produzione quotidiana della Nigeria". Inoltre, "poche settimane prima che i nove attivisti venissero arrestati, il presidente di Shell Nigeria aveva incontrato l'allora presidente nigeriano, il generale Sani Abacha, per parlare del 'problema degli ogoni e di Ken Saro-Wiwa'. E non era neanche la prima volta che la Shell, nei suoi rapporti con le forze militari e di sicurezza nigeriane, si riferiva alle proteste nell'Ogoniland come a un 'problema'. La Shell, inoltre, aveva evidenziato più volte alle autorità nigeriane l'impatto delle proteste del Mosop sull'economia".

Amnesty sottolinea inoltre che "documenti interni della Shell rivelano che la compagnia petrolifera era a conoscenza dell'iniquità del processo ai danni dei nove ogoni e che era stata informata in anticipo che, con ogni probabilità, Ken Saro-Wiwa sarebbe stato giudicato colpevole".

"Per oltre 20 anni la Shell ha negato la sua complicità ma adesso, grazie alla determinazione di Esther Kiobel e al suo coraggio di fronte a questo gigante Golia, le cose potrebbero cambiare. - ha dichiarato in una nota ufficiale Audrey Gaughran, Alto direttore delle ricerche di Amnesty International - Questo è un momento spartiacque nella battaglia in salita di Esther Kiobel per la giustizia. La Shell deve rispondere per l'impronta di sangue lasciata in tutto l'Ogoniland".

La Shell nega ogni addebito e in una replica chiarisce: "Le denunce sono false e prive di fondamento. Shell Nigeria non ha colluso con le autorità militari per sopprimere la rivolta e non ha incoraggiato né invocato in alcun modo atti di violenza in Nigeria. Abbiamo sempre negato queste accuse nel modo più forte possibile".

"Esther Kiobel ha vissuto nell'ombra di questa ingiustizia per oltre 20 anni ma si è sempre opposta ai tentativi della Shell di zittirla. Oggi la sua voce si eleva a nome di così tante altre persone le cui vite sono state devastate dall'industria del petrolio in Nigeria", chiarisce invece Channa Samkalden, che difende la donna. "La posta in gioco non potrebbe essere più alta. - aggiunge l'avvocato - Questo caso giudiziario potrebbe porre fine a decenni d'impunità della Shell, in cui nome è diventato sinonimo di come le grandi compagnie possano violare i diritti umani senza timore di subire ripercussioni".
Esther Kiobel, insieme a Victoria Bera, Blessing Eawo e Charity Levula, i cui mariti vennero impiccati con Barinem Kiobel, chiedono un risarcimento per i danni causati dalle azioni illegali della Shell e scuse pubbliche.

© riproduzione riservata | online: | update: 03/07/2017
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