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Censis: la mancata ripresa alimenta il sovranismo psichico

La ripresa che non arriva ha incattivito gli italiani. D'altronde, solo il 23% dei giovani ha una condizione socio-economica migliore di quella dei genitori

Il 67% degli italiani guarda il futuro con paura o incertezza. Questo perché il potere d'acquisto delle famiglie è ancora giù del 6,3% rispetto al 2008 e siamo ancora in piena emergenza lavoro. Il sogno di trovare un lavoro dopo la laurea diventa sempre più un miraggio. Nel 2007 i giovani laureati occupati erano 249 ogni 100 lavoratori anziani, mentre oggi sono appena 143. E' questo il quadro sconsolante diffuso dall'ultimo rapporto del Censis sulla situazione sociale del Paese.

Il dramma generazionale comincia a tramutarsi infatti da rancore in cattiveria. La delusione per lo sfiorire della ripresa e per l'atteso cambiamento miracoloso ha infatti incattivito gli italiani. Ecco perché non si ha avuto paura di forzare gli schemi politico-istituzionali e spezzare la continuità nella gestione delle finanze pubbliche. "È una reazione pre-politica con profonde radici sociali, che alimentano una sorta di sovranismo psichico, prima ancora che politico" sottolinea il Censis.

L'Italia è ormai il Paese dell'Unione europea con la più bassa quota di cittadini che affermano di aver raggiunto una condizione socio-economica migliore di quella dei genitori: il 23%, contro una media UE del 30%, il 43% in Danimarca, il 41% in Svezia, il 33% in Germania. Il 96% delle persone con un basso titolo di studio e l'89% di quelle a basso reddito sono convinte che resteranno nella loro condizione attuale, ritenendo irrealistico poter diventare benestanti nel corso della propria vita.

D'altronde tra il 2000 e il 2017 nel nostro Paese il salario medio annuo è aumentato solo dell'1,4% in termini reali. La differenza è pari a poco più di 400 euro annui, 32 euro in più se considerati su 13 mensilità. Nello stesso periodo in Germania l'incremento è stato del 13,6%, quasi 5.000 euro annui in più, e in Francia (dove i gilet gialli stanno facendo la rivoluzione perché non riescono più a sopravvivere) di oltre 6.000 euro, cioè 20,4 punti percentuali in più.

Tra il 2007 e il 2017 gli occupati con età compresa tra 25 e 34 anni si sono ridotti del 27,3%, cioè oltre un milione e mezzo di giovani lavoratori in meno. Tra il 2007 e il 2017 gli occupati con età compresa tra 25 e 34 anni si sono ridotti del 27,3%, cioè oltre un milione e mezzo di giovani lavoratori in meno. Nello stesso tempo gli occupati di 55-64 anni sono aumentati del 72,8%. In dieci anni siamo passati da un rapporto di 236 giovani occupati ogni 100 anziani a 99. A rendere ancora più critica la situazione è la presenza di giovani in condizione di sottoccupazione, che nel 2017 ha caratterizzato il lavoro di 237.000 persone di 15-34 anni: un valore raddoppiato nell'arco di soli sei anni. Così come è aumentato sensibilmente il numero di giovani costretti a lavorare part time pur non avendolo scelto: 650.000 nel 2017, ovvero 150.000 in più rispetto al 2011.

Il 56,3% degli italiani dichiara che non è vero che le cose nel nostro Paese hanno iniziato a cambiare veramente, con il 63,6% che è convinto del fatto che nessuno ne difende interessi e identità, devono pensarci da soli. Non stupisce quindi che le diversità dagli altri sono percepite come pericoli da cui proteggersi: il 69,7% degli italiani non vorrebbe come vicini di casa i rom, il 69,4% persone con dipendenze da droga o alcol. Il 52% è convinto che si fa di più per gli immigrati che per gli italiani, quota che raggiunge il 57% tra le persone con redditi bassi.

Nonostante la crisi, la spesa per i telefoni è più che triplicata nel decennio (+221,6%). "E abbiamo finito per sacrificare ogni mito, divo ed eroe sull'altare del soggettivismo, potenziato nei nostri anni dalla celebrazione digitale dell'io. Nell'era biomediatica, in cui uno vale un divo, siamo tutti divi. O nessuno, in realtà, lo è più" evidenzia il Censis. Infatti, la metà della popolazione (il 49,5%) è convinta che oggi chiunque possa diventare famoso (il dato sale al 53,3% tra i giovani di 18-34 anni). Un terzo (il 30,2%) ritiene che la popolarità sui social network sia un ingrediente "fondamentale" per poter essere una celebrità, come se si trattasse di talento o di competenze acquisite con lo studio (il dato sale al 41,6% tra i giovani). Ma, allo stesso tempo, un quarto degli italiani (il 24,6%) afferma che oggi i divi semplicemente non esistono più.

Non a caso il 49,5% degli italiani ritiene che anche gli attuali politici siano tutti uguali, e la quota sale al 52,2% tra chi ha un titolo di studio basso e al 54,8% tra le persone a basso reddito. A dispetto di quanto credano i leader di partito, inoltre, la funzione dei social network nella comunicazione politica è definita "inutile" o addirittura "dannosa" dal 52,9% degli italiani.

© riproduzione riservata | online: | update: 07/12/2018
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