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OMS: in UE numero allarmante di tubercolosi con resistenza multifarmaco. Ma i migranti non c'entrano

Gli ultimi dati diffusi dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) e dall'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) confermano che è stato raggiunto l'obiettivo di controllare la tubercolosi in Europa entro il 2015. Dall'altra parte, però, rimane "un numero allarmante" di casi di tubercolosi con resistenza multifarmaco. L'OMS precisa però che "non esiste nessuna associazione sistematica tra le migrazioni e la trasmissione della tubercolosi".

Gli ultimi dati diffusi dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) e dall'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) confermano che è stato raggiunto l'obiettivo di controllare la tubercolosi in Europa entro il 2015. Nel 2014 si sono registrati 340mila casi di tubercolosi tra gli europei, con un tasso di 37 casi per 100mila abitanti e quindi un calo del 4,3% dal 2010 al 2014. Purtroppo, però, se da una parte scendono i casi della classica TBC dall'altra aumentano quelli antibiotico resistenti.

Un quarto di tutti i 480mila pazienti nel mondo malati di tubercolosi con resistenza multifarmaco si sono infatti registrati nel 2014 proprio in Europa. "Questo numero allarmante è una sfida importante per il controllo della tubercolosi" sottolinea Zsuzsanna Jakab, direttore regionale OMS per l'Europa. Jakab spiega: "I gruppi più vulnerabili, tra cui le popolazioni povere ed emarginate nonché i migranti e i rifugiati, sono a maggior rischio di tubercolosi con resistenza multifarmaco (MDR-TB). A causa delle loro condizioni di vita, la tubercolosi è spesso diagnosticata in ritardo, ed è difficile per loro di completare un ciclo di trattamento".

"Se vogliamo davvero eliminare la tubercolosi dall'Europa, nessuno deve essere lasciato indietro. Ciò è in linea con il quadro di salute 2020 e l'agenda globale degli obiettivi di sviluppo sostenibile" dichiara quindi il direttore regionale OMS per l'Europa. Andrea Ammon, vice direttore dell'Ecdc, osserva però che "alcune circostanze sociali o stili di vita possono rendere più difficile per le persone il riconoscimento dei sintomi della tubercolosi, l'accesso ai servizi di assistenza sanitaria, seguire il trattamento o frequentare regolarmente le visite mediche". Ammon avverte quindi: "Il numero di nuovi casi di tubercolosi è in calo solo lentamente, di circa il 5% ogni anno, e, se la tubercolosi non verrà affrontata con successo nei gruppi vulnerabili, non sarà eliminata come prevediamo di fare". Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie invita quindi ogni singolo Stato a prendersi cura delle fasce più povere ed emarginate della società poiché sono queste maggiormente vulnerabili alla tubercolosi, soprattutto quella con resistenza multifarmaco.

L'Ufficio europeo dell'OMS assicura comunque che "non esiste nessuna associazione sistematica tra le migrazioni e la trasmissione della tubercolosi". L'OMS spiega infatti che il rischio che i migranti siano portatori o sviluppino la tubercolosi dipende in particolare dai tassi di TBC nel paese di origine. Non si dovrebbero quindi temere casi di infezione (e tanto meno epidemie) tra i rifugiati siriani visto che in Siria si registrano 17 casi di tubercolosi ogni 100mila abitanti, circa la metà di quelli diagnosticati in Europa. Paradossalmente sono quindi i siriani a dover temere di prendere la TBC una volta raggiunta l'Europa.

Ovviamente, se i migranti vengono letteralmente abbandonati a loro stessi, al freddo e in condizioni igieniche precarie è ovvio che il rischio di malattie si moltiplicano. Per questo l'OMS ribadisce che la copertura sanitaria universale in Europa deve essere garantita sia alla popolazione residente che ai rifugiati e agli immigrati, anche quelli senza documenti. Inoltre, dovrebbe essere predisposto per i migranti uno screening preventivo contro la tubercolosi, a partire dalle persone più ad alto rischio, invitando le autorità a non utilizzare questo metodo come motivo di respingimento.

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