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Sprechi a tavola: miliardi di euro gettati nei rifiuti. Problema culturale

In occasione della Giornata Mondiale dell'Ambiente 2014 è stato presentato un rapporto dove si evice che, nonostante la crisi economica, gli italiani sprecano ancora troppo cibo, anche a causa di un profondo problema culturale. Il 52% degli intervistati sostiene infatti che lo spreco di cibo incide solo ‘in misura marginale' sulla qualità dell'ambiente.

Spreco di cibo e tutela dell’ambiente sono un binomio interdipendente: il cibo sprecato brucia letteralmente risorse economiche ed ecologiche, consumando percentuali di PIL, ettari di suolo, metri cubi di acqua, tonnellate equivalenti di anidride carbonica. In occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente 2014, viene quindi presentato un decalogo per ridurre lo spreco alimentare in Italia. Il decalogo è realizzato nell’ambito del PINPAS, il Piano nazionale di prevenzione dello spreco alimentare avviato dal Ministero dell’Ambiente. Nonostante la crisi economica, gli italiani sprecano infatti ancora troppo cibo, anche a causa di un profondo problema culturale. Stando ai dati di Waste Watcher, l’Osservatorio nazionale sugli sprechi avviato da Last Minute Market con Swg, il 52% degli intervistati sostiene infatti che lo spreco di cibo incide solo ‘in misura marginale’ sulla qualità dell’ambiente e il 5% che incide ‘in una qualche misura’ . Solo il 43% degli italiani giudica che ci sia una connessione ‘elevata’ fra spreco alimentare e ambiente. Questo vuol dire che 6 italiani su 10 non mettono in relazione ai danni ambientali lo spreco di cibo.

"In una società colpita duramente dalla crisi economica, in cui la carenza di alimenti arriva a riguardare strati sociali impensabili fino a qualche tempo fa, lo spreco è una pratica ancor più ingiustificabile e insopportabile" ammette il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti, aggiungendo: "C’è una questione morale, prima ancora di quella economica, che riguarda tutti: dai grandi produttori a ogni singolo cittadino nel suo comportamento quotidiano. Dobbiamo passare dalla logica perversa dello spreco alla cultura del riutilizzo, partendo dall’educazione ambientale nelle scuole e da regole chiare per tutti i cittadini. Il Semestre Europeo e l’Expo 2015 saranno due occasioni fondamentali per dimostrare l’impegno del governo su un tema decisivo per la tutela dell’Ambiente e per lo sviluppo del Paese".
Il coordinatore di PINPAS Andrea Segrè, presidente di Last Minute Market, sottolinea: "C’è un intervento davvero urgente ed è la richiesta di introduzione dell’educazione alimentare e ambientale come materie obbligatorie di insegnamento scolastico. Un intervento da unire a quello che il Governo prevede a favore dell’edilizia scolastica, per legare il contenuto al contenitore. - proseguendo - Il 93% riconosce che lo spreco alimentare può essere ridotto più attraverso un’azione culturale che mediante l’introduzione di regole e leggi ed il 77% è convinto che l’intervento più efficace passi, appunto, per l’educazione scolastica".

I dati sugli sprechi alimentare in Italia sono impressionanti. Lo spreco mensile medio a famiglia per cibo gettato è infatti di circa 30 euro. E complessivamente, nella filiera a monte che include la produzione agricola e industriale e la catena della distribuzione, si buttano in Italia ben 3.554.969.445 euro di cibo all’anno. Dei quali, 704.865.492 euro per il settore agricolo, 1.266.591.807 euro nel comparto industriale ed 1.583.512.147 euro nella catena distributiva. L'inchiesta Waste Watcher svela però che osservando i dati di maggio 2014, ben 4 consumatori su 5 (81% degli intervistati) non gettano più direttamente il cibo scaduto, ma verificano prima se è ancora buono. Solo 4 mesi fa la percentuale per la stessa domanda del sondaggio era del 63%. Più che dimostrare una voglia di reagire allo spreco alimentare, questi dati sembrano invece confermare come la crisi economica in Italia non stia affatto recedendo. La liberalizzazione delle date di scadenza impresse sui prodotti alimentari, non porterà quindi a ridurre effettivamente lo spreco. Le associazioni in difesa dei consumati hanno già sottolineato infatti che senza la data di scadenza ci sarebbe solamente il rischio di portare sulle nostre tavole prodotti vecchi di chissà quanti anni. Perché anche dietro la grossa distribuzione c'è un problema culturale e morale.

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