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Cyberspionaggio: direttore Polizia Postale rimosso. Di Legami: ma Occhionero non ricattava

Il direttore della Polizia Postale Roberto Di Legami, che ha condotto l'indagine sul cyberspionaggio ai danni delle più alte cariche dello Stato, della finanza e dell'imprenditoria, è stato rimosso dal capo della Polizia. Franco Gabrielli accusa infatti Di Legami di non aver informato i vertici del Dipartimento di Pubblica Sicurezza né l'allora Presidente del Consiglio Matteo Renzi.

Roberto Di Legami, al vertice della Polizia postale, dopo che ha scoperto una fitta rete di cyberspionaggio contro le più alte cariche dello Stato, della finanza e dell'imprenditoria, invece di essere ringraziato è stato rimosso. La decisione è stata annunciata ieri sera dal capo della Polizia Franco Gabrielli che ha motivato la decisione con il fatto che Di Legami avrebbe sottovalutato la portata dell'indagine EyePyramid (dal nome del malware) sul cyberspionaggio ai danni di politici italiani.

Gabrielli infatti spiega che il direttore del Centro Nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche non ha riferito dell'indagine i vertici del Dipartimento di Pubblica Sicurezza né l'allora Presidente del Consiglio Matteo Renzi, che è tra le personalità spiate dai due indagati, i fratelli Giulio e Francesca Maria Occhionero.

In una intervista a SkyTg24, dopo l'arresto dei due cyber spioni, Roberto Di Legami aveva precisato che al momento le risultanze investigative hanno permesso di accertare che l'attività di dossieraggio di Giulio Occhionero aveva lo scopo principale di "acquisire potere derivente da queste informazioni e un po' per trarre quelle informazioni che gli consentivano di portare a termine affari importanti tramite la sua agenzia di intermediazione finanziaria".

Anche se il gip nella convalida di arresto dei due fratelli Occhionero ha ipotizzato che l'intero sistema di potere italiano è tenuto sotto controllo da un ben più consistente "gruppo di soggetti" al servizio di "interessi oscuri ed illeciti", Roberto Di Legami nella stessa intervista precisava invece che non si aspetta che "il giro si allarghi di molto".

"Abbiamo investigato per diversi mesi e non è mai venuto fuori un contributo da parte di altri soggetti: c'era dietro Giulio Occhionero e la propria sorella, esiste qualche posizione di favoreggiamento nel senso di soggetti che li aiutava ad investigare ed a vedere se qualcuno li stesse attenzionando o meno. Ma non posizioni relative alla materia oggetto dell'indagine (attività di dossieraggio, ndr)" chiarisce quindi Di Legami.

Di Legami precisa infatti che "al momento per quanto difficile possa sembrare" le evidenze di cui dispone la Polizia Postale fa supporre che a gestire l'intera rete di cyberspionaggio ci siano quindi solo i due fratelli Occhionero.

Ecco perché Roberto Di Legami si dice "sorpreso" della rimozione decisa da Franco Gabrielli. In una intervista al Messaggero, Di Legami sottolinea infatti che in 8 mesi di indagine "non ci siamo imbattuti in episodi di ricatto o di vendita. - aggiungendo - Non è detto che gli indagati avessero intenzione di monetizzare le informazioni".

"È importante considerare i legami con la massoneria: - spiega Di Legami - Giulio Occhionero è stato maestro venerabile di una loggia affiliata alla Grande Oriente d'Italia. In questi ambienti, il dossieraggio è fonte di potere. L'informazione personale vale in quanto tale, come conoscenza, a volte come moneta di scambio per guadagnare più influenza".

Di Legami ammette però anche che "lo stesso programma malware è stato utilizzato anche da Luigi Bisignani, indagato di spicco nell'inchiesta P4. - ricordando - All'epoca della precedente indagine, la questione non è stata approfondita. Per certi versi, ci sono parallelismi tra i due procedimenti, ora ci dovrà essere un raccordo investigativo".

Intanto, Giulio Occhionero nega l'attività di dossieraggio. In attesa di essere interrogato dal gip, il suo legale Stefano Parretta annuncia che Occhionero "ha delle cose da chiarire" e che quella emersa finora "al momento è solo una ipotesi investigativa, è una cosa ancora tutta da scrivere". "Lui nega di aver fatto alcunché di illecito, - anticipa l'avvocato - aveva questi server all'estero per il suo lavoro, gli indirizzi che aveva sull'agenda sono indirizzi che possiamo avere tutti noi sul computer. Nega di aver fatto un'attività di spionaggio, i server all'estero li aveva per lavoro"

© riproduzione riservata | online: | update: 11/01/2017

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