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Bella ciao alla Boschi: ANPI a referendum costituzionale vota NO

L'ANPI annuncia che voterà NO al referendum costituzionale perché "sulla Costituzione è un dovere impegnarsi e battersi con ogni mezzo perché se ne conservino lo spirito ed i valori" dicono i partigiani. Giorgio Napolitano si dice "profondamento offeso" mentre Maria Elena Boschi decide chi sono i partigiani veri da quelli "venuti poi".

Giorgio Napolitano si sente "profondamente offeso" dall'ANPI perché i partigiani italiani hanno deciso democraticamente e convintamente di votare NO al referendum costituzionale, come tanti altri che si recheranno alle urne per evitare di far divenire legge un "progetto di eversione autoritaria" come l'ha definita per esempio Gianni Ferrara, professore emerito di Diritto costituzionale a La Sapienza di Roma.

L'ANPI dopo mesi di dibattito ha infatti dichiarato che voterà NO alla riforma Boschi perché "sulla Costituzione è un dovere impegnarsi e battersi con ogni mezzo perché se ne conservino lo spirito ed i valori". Ed infatti la riforma costituzionale varata a colpi di maggioranza da questo governo (che "nasce su mandato del presidente Giorgio Napolitano" come ha ricordato bene Maria Elena Boschi nel corso della trasmissione In mezz'ora) dà "l'addio alla democrazia rappresentativa a favore di una democrazia plebiscitaria" come denunciò Stefano Rodotà che fa parte del Comitato per il No al ddl Boschi. Per Gustavo Zagrebelsky invece la riforma costituzionale, così come la legge lettorale (Italicum) che sempre la Boschi alla Annunziata conferma che "non sarà cambiata", è "un trionfo dello spirito gregario o del mercato dei voti". In sostanza quindi il rischio "inciuci" come l'ha definiti il premier Matteo Renzi ci sarà proprio con questa riforma che d'altronde "sfigura profondamente l'architettura dei poteri" come ha avvertito Lorenza Carlassare, giurista e costituzionalista.

E siccome Renzi e Boschi hanno promesso che lasceranno la politica e la poltrona se vincerà il NO al referendum costituzionale ecco quindi che il governo è sceso in campo per promuovere i suoi comitati per il sì. Ma il fatto che anche l'ANPI si sia schierata contro il ddl Boschi non è andato giù al centrosinistra. Il PD deve giustamente aver pensato che se i partigiani, coloro che hanno combattuto il nazi-fascismo e custodiscono i valori della Resistenza, votano NO allora nell'opinione pubblica potrebbe passare (correttamente) il concetto che questa riforma costituzionale rischia di umiliare davvero la funzione del Parlamento a favore di un "governo del primo ministro", una formula usata dal Comitato dei saggi istituito da Napolitano quando si trovava al Quirinale ma che in sostanza è la definizione dello Stato fascista secondo la dottrina italiana, come ricordò Gianni Ferrara, professore emerito di Diritto costituzionale a La Sapienza di Roma.

Ecco quindi che 70 senatori del PD scrivono una lettera aperta, pubblicata sull'Unità, annunciano al presidente dell'ANPI Carlo Smuraglia che loro voteranno sì al referendum costituzionale e chiedendo che l'Associazione si faccia "carico" di queste ragioni promuovendo "momenti di confronto aperti". Non solo. I 70 senatori affermano che troveranno "grave" se l'ANPI "affrontasse la campagna referendaria né più né meno che come un partito politico".

A stretto giro arriva la risposta di Carlo Smuraglia che in primis sottolinea di non aver mai "incontrato nel lungo cammino che abbiamo percorso su queste tematiche" questi 70 senatori del PD anche se loro si autodefiniscono "iscritti e sostenitori" dell'ANPI. In secondo luogo, Smuraglia ricorda che "nessuno pensò che l'ANPI si trasformasse in partito quando scese in campo contro la 'legge truffa', nel 1953, o quando fece altrettanto contro il Governo di Tambroni, appoggiato dai fascisti, nel 1960". Il pericolo quindi, assicura l'ANPI, non sussiste neanche oggi e far credere il contrario equivale in sostanza a voler "cancellare il dibattito e il confronto di questi mesi che hanno condotto - democraticamente - alla presa di posizione che oggi si vorrebbe mettere in discussione".

L'ANPI sottolinea infatti che la decisione di votare NO al referendum costituzionale è stata presa dopo vari Congressi delle Sezioni e incontri con i Comitati provinciali, e adottata ufficialmente durante il Congresso nazionale che si è svolto tra il 12 ed il 14 maggio con sole 3 astensioni. "Questo gran parlare che si fa del dissenso e di un preteso autoritarismo non ha davvero fondamento e ragion d'essere. In democrazia la maggioranza ha il dovere di rispettare il pensiero di chi dissente, ma quest'ultimo, a sua volta, ha il dovere di rispettare il voto e le decisioni assunte dalla maggioranza. Altrimenti, sarebbe l'anarchia" chiarisce quindi Smuraglia.

Il ministro Maria Elena Boschi sostiene però che "ci sono molti partigiani, quelli veri, che hanno combattuto, e non quelli venuti poi, che voteranno sì alla riforma costituzionale" scatenando non poche polemiche. Il partigiano Umberto Lorenzoni, nome di battaglia "Eros", replica quindi: "E' chiaro che il ministro Boschi non ha conosciuto i partigiani 'veri' perché i 'partigiani veri' voteranno tutti per il NO. - assicurando - Non consentiremo che una dama bellina storpi la Costituzione conquistata con il sangue di migliaia di partigiani. L'ANPI ha votato e ha deciso all'unanimità (solo 3 contrari) di dire NO alla riforma. E la nostra posizione la porteremo avanti fino in fondo". Che si può tradurre in un sonoro "bella ciao" alla Boschi.

Ma come spesso accade, in soccorso del governo arriva Giorgio Napolitano che sostiene: "Ci vuole libertà per tutti, ma nessuno però può dire (e questo è già un paradosso, ndr): io difendo la Costituzione votando no e gli altri non lo fanno. Dire questo offende anche me. Mi reca un'offesa profonda". C'è però anche chi si sente profondamente offeso dal fatto che Napolitano, in veste di Capo dello Stato, abbia "consentito che si intraprendesse un percorso di riforma della Costituzione in un Parlamento eletto con una legge dichiarata incostituzionale" come fece notare il costituzionalista Alessandro Pace. Anche perché "oggi, l'attacco è non tanto e non solo alla Costituzione italiana del '48, ma al costituzionalismo come sistema di limiti e vincoli a tutti i poteri" come avverte il giurista ed ex magistrato Luigi Ferrajoli, allievo del senatore a vita Norberto Bobbio.

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