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Andrea Calevo libero: era a Sarzana, rapito da un altro imprenditore

Andrea Calevo, l'imprenditore di 31 anni di Lerici, è libero, dopo un blitz di polizia e carabinieri. Calevo era a pochi chilometri da Lerici, a Sarzana, in una casa di proprietà di un imprenditore di 70 anni. Arrestato l'uomo, il nipote e un albanese. Si cercano altri complici.

Il giovane imprenditore di Lerici, Andrea Calevo (31 anni) potrà per fortuna festeggiare il Capodanno insieme alla sua famiglia. Andrea Calevo è stato infatti liberato questa mattina da un blitz di polizia e carabinieri. L'imprenditore di Lerici era tenuto incatenato in uno sgabuzziono di una casa a Sarzana, a pochi chilometri da Lerici, di proprietà di un altro imprenditore di 70 anni. Nello stanzino, il cui ingresso era nascosto nella casa da alcuni mobili, solo un lettino, ma nonostante non ci fosse nemmeno una finestra Andrea Calevo è stato trovato in buona salute, sia fisica che mentale, anche se non sapeva più da quanti giorni era ormai rinchiuso. Andrea Calevo è stato infatti rapito il 16 dicembre scorso , e da allora sono stati due gli appelli dei familiari diretti ai sequestratori, a cui chiedevano almeno di far sapere se il giovabe imprenditore stava bene. Andrea Calevo non aveva a disposizione né giornali né una televisione, e pensava infatti che fosse già il 1 gennaio, ipotizzando di essere nascosto in un posto molto isolato visto che non aveva ancora sentito tradizionali i botti di fine anno. Invece, Calevo era a pochi chilometri dalla sua villa, tenuto in ostaggio in una casa di proprietà di un imprenditore di 70 anni di Ameglia, in provincia di La Spezia. Insieme all'imprenditore 70enne, è stato arrestato anche il nipote 22enne e un albanese di 20 anni, operaio nell'edilizia. Gli investigatori però sono sulle tracce di altri complici nel sequestro. Dopo il rapimento di Andrea Calevo, la famiglia ha infatti ricevuto da Pisa una telefonata con cui venivano chiesti dei soldi: "8 milioni di euro che non sono stati naturalmente pagati" come precisa il capo della Procura di Genova, Michele Di Lecce. La Procura sottolinea infatti come non ci sia "mai stato disaccordo tra i familiari e le forze dell'ordine sul modo con cui condurre l'indagine". E questa fiducia è stata ben ripagata. "L'operazione per la liberazione di Andrea Calevo è stata decisa ieri sera, quando abbiamo avuto la ragionevole certezza che il quadro informativo era completo" spiega infatti il procuratore Michele Di Lecce, chiarendo che l'obiettivo principale "non era l'arresto dei sequestratori ma la liberazione del sequestrato". E una volta che polizia e carabinieri hanno aperto quello stanzino buio, Andrea Calevo non ha potuto fare altro che ringraziare gli agenti e sciogliersi in lacrime. "E' stata dura - ammette il giovane imprenditore di Lerici -. Mi tenevano legato, pensavo di morire, ma stavo bene. Mi hanno portato lì subito dopo avermi portato via da casa. Il tempo non passava mai". "Voglio solo riabbracciare mia madre" ha poi aggiunto Calevo, anche perché è stato sotto gli occhi della donna che Calevo è stato rapito, la sera del 16 dicembre, dopo che i sequestratori hanno rubato nella villa di Lerici circa 3mila euro. Si congratula "per il lavoro svolto dagli investigatori che ha riportato a casa sano e salvo il giovane imprenditore" il ministro dell'Interno Anna Maria Cancellieri, sottolineando che la liberazione di Andrea Calevo è il risultato "dell'altissima professionalità messa in campo congiuntamente da polizia e carabinieri" e d evidenziando come "il valore aggiunto dell'operazione sta proprio nella collaborazione delle due forze dell'ordine". Lavoro che per le forze dell'ordine non si è ancora concluso. "Si è giunti all'identificazione dei sequestratori e del luogo dove Calevo era tenuto prigioniero, tramite un largo uso di intercettazioni telefoniche, circa un centinaio. In particolare, l'ultima per chiedere una pizza - racconta il procuratore capo di Genova Michele Di Lecce - Il 21 dicembre è arrivata a casa Calevo la prova che il 31enne era ancora vivo: una lettera scritta dal ragazzo, i familiari ne hanno riconosciuto la calligrafia". Il procuratore pensa che oltre all'imprenditore italiano e suo nipote e all'operaio albanese ci possano essere infatti altri complici visto che "la richiesta di riscatto proveniva da una cabina telefonica di Pisa - conclude Di Lecce - Probabilmente i complici di D. (l'imprenditore, ndr) erano muratori".

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