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Privacy, UE: Google responsabile dei dati su altri siti. Paradosso "effetto larsen"

Contrariamente alle aspettative, e forse anche al buon senso, i giudici della Corte di Giustizia europea hanno concluso che Google, e quindi tutti i motori di ricerca, sono "responsabili" del trattamento dei dati personali contenuti nelle pagine web su internet, anche se sono pubblicate da terzi, e devono rispondere alle richieste di cancellazione. Ma si rischia un paradosso "ad effetto larsen".

Contrariamente alle aspettative, e forse anche al buon senso, i giudici della Corte di Giustizia europea hanno concluso che i motori di ricerca sono "responsabili" del trattamento dei dati personali contenuti nelle pagine web su internet, anche se sono pubblicate da terzi, e devono rispondere alle richieste di cancellazione. Per la Corte di Giustizia europea, infatti, i motori di ricerca sarebbero responsabili perché senza di loro sarebbe quasi impossibile ottenere determinate informazioni, comprese quelle inerenti la privacy, che seppur pubblicate avrebbero una diffusione minore sul web. La Corte UE si è espressa perché chiamata in causa dalla Agenzia per la protezione dei dati personali spagnola, che si ritrova con circa 200 richieste di cancellazione da Google. Non sapendo come applicare in questo caso la direttiva europea sulla protezione dei dati, l'Agenzia spagnola si è rivolta alla Corte europea. Nel maggio 2014, il procuratore generale spagnolo ha consigliato di non forzare i motori di ricerca su internet a rimuovere determinate informazioni, tranne in casi molto limitati, perché ciò "equivarrebbe a censurare dei contenuti pubblicati" e quindi non sarebbe in linea con la direttiva europea che "non riconosce un diritto illimitato all'oblio". I giudici europei però oggi hanno preso le distanze da questa interpretazione e sono giunti alla conclusione che Google ha una speciale responsabilità in merito alla protezione della privacy dei cittadini europei. Il caso scelto dalla Agenzia per la protezione dei dati personali spagnola da portare in sede europea è quella che riguarda la richiesta di Mario Costeja, un galiziano di origine catalana che ha combattuto una lunga battaglia per veder tolto il suo nome da Google, poiché legato ad un annuncio per una vendita all'asta di immobili e pubblicato nel 1998 sulle pagine de La Vanguardia per ordine delle autorità competenti. L'Agenzia per la protezione dei dati personali spagnola aveva sentenziato che il giornale non era tenuto a eliminare il nome, poiché avrebbe leso la libertà di informazione visto che l'ha pubblicato in maniera del tutto legittima, e quindi aveva consigliato a Mario Costeja di contattare il motore di ricerca Google per eliminare questi dati dal suo motore di ricerca.

Google ha sempre rifiutato di assumersi qualsiasi responsabilità al riguardo dei dati personali diffusi da terzi (cioè sui siti internet che il motore di ricerca indicizza e linka), salvo nei casi in cui si tratti di contenuti illegali (come materiale pedopornografico, per esempio). Google infatti sostiene che cancellare dei link dal proprio motore di ricerca, dopo richieste da parte di persone che sentono ledere il proprio diritto alla privacy a causa di pubblicazioni da parte di terzi, sarebbe una forma di censura. E in molti, fino ad oggi, davano ragione a Google. Gli avvocati che difendono il motore di ricerca di Mountain View starebbe infatti pensando di denunciare quelle autorità che hanno anteposto la priorità al diritto alla protezione dei dati personali al diritto all'informazione. La sentenza della Corte di Giustizia europea avrà ripercussioni giuridiche in tutta la Comunità UE, compresa l'Italia. Inoltre, probabilmente a dover seguire i dettami dei giudici europei non sarà solo Google ma ogni motore di ricerca. La Corte UE afferma infatti che i motori di ricerca devono assicurare che la loro attività "soddisfi i requisiti della direttiva" sulla protezione dei dati personali. Google, e tutti i motori di ricerca su internet, diventano quindi responsabili della diffusione di dati personali anche se la pagina web linkata non rimuove tali informazioni, magari perché è lecito difforderli (oppure lo ritiene tale). Da qui il paradosso "ad effetto larsen", che si riflette anche riguardo la diffusione su internet del nome di Mario Costeja, molto più presente oggi sul web che prima di iniziare questa battaglia legale. Ma forse, in questo caso, non vorrà essere dimenticato.

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