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Jobs Act ha creato 9,3 milioni di poveri: meno disoccupazione ma più precari

Anche se il Jobs Act è stato introdotto con l'obiettivo di cancellare il lavoro precario, proprio le norme contenute nel provvedimento fortemente voluto dal governo Renzi ha causato una ulteriore crescita della povertà. Tra il 2015 ed il 2016 è infatti aumentato il lavoro non stabile e le persone a rischio povertà ammontano quindi a 9,3 milioni di persone, denuncia Unimpresa.

Nonostante il Jobs Act, che nelle assicurazioni del governo Renzi avrebbe cancellato il lavoro precario, tra il 2015 ed il 2016 è aumentato il lavoro non stabile per 200mila soggetti che vanno ad allargare la fascia di italiani a rischio povertà. Secondo gli ultimi dati diffusi da Unimpresa, infatti, in un anno altre 63mila persone sono entrate nel bacino dei deboli in Italia. Ad oggi, quindi, a rischio povertà nel nostro Paese sono almeno 9 milioni e 308mila persone, e tra questi ci sono molti occupati-precari.

"Di fronte al calare della disoccupazione, si assiste a una impennata dei lavoratori precari. E' uno scambio inaccettabile. Quale futuro diamo alle generazioni che verranno? Il lavoro è la base per la vita, della dignità della persona, ma questa situazione lo sta drammaticamente mortificando" denuncia il vicepresidente di Unimpresa, Maria Concetta Cammarata.

L'associazione di categoria chiarisce infatti che "il deterioramento del mercato del lavoro non ha come conseguenza la sola espulsione degli occupati, ma anche la mancata stabilizzazione dei lavoratori precari e il crescere dei contratti atipici. Una situazione di fatto aggravata dalle agevolazioni offerte dal Jobs Act che hanno visto favorire forme di lavoro non stabili".

In netto aumento inoltre il dato degli occupati in difficoltà: erano 6,14 milioni nel 2015 e sono risultati 6,34 milioni l'anno scorso. In totale 200mila soggetti in più (+3,26%). "Soprattutto le forme meno stabili di impiego e quelle retribuite meno - favorite dalle misure inserite soprattutto nel Jobs Act - pagano il conto della recessione, complice anche uno spostamento delle persone dalla fascia degli occupati deboli a quella dei disoccupati" precisa Unimpresa.

"Ai 'semplici' disoccupati vanno infatti aggiunte ampie fasce di lavoratori, ma con condizioni precarie o economicamente deboli che estendono la platea degli italiani in crisi. Si tratta di un'enorme 'area di disagio'" avverte l'associazione delle imprese, specificando che "ai quasi 3 milioni di persone disoccupate, bisogna sommare anzitutto i contratti di lavoro a tempo determinato, sia quelli part time (737mila persone) sia quelli a orario pieno (1,73 milioni); vanno poi considerati i lavoratori autonomi part time (823mila), i collaboratori (327mila) e i contratti a tempo indeterminato part time (2,71 milioni)".

"Questo gruppo di persone occupate - ma con prospettive incerte circa la stabilità dell'impiego o con retribuzioni contenute - ammonta complessivamente a 6,34 milioni di unità", sottolinea. Ecco perché il Centro Studi di Unimpresa ha calcolato, sulla base dei dati Istat, che il totale dell'area di disagio sociale ammonta a 9,3 milioni di persone.

© riproduzione riservata | online: | update: 30/01/2017

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