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Omicidio Lidia Macchi, la mamma: forse Stefano Binda non agì da solo

La madre di Lidia Macchi sospetta che Stefano Binda, l'ex compagno di liceo della figlia arrestato il 15 gennaio, non sia "l'unico responsabile" dell'omicidio. Si sttende il primo interrogatorio di Stefano Binda per il 19 gennaio, anche se l'uomo continua a dirsi innocente.

Il 15 gennaio è stato arrestato Stefano Binda, ex compagno di liceo Lidia Macchi, la studentessa 21enne di Varese trovata uccisa con 29 coltellate il 5 gennaio 1987 in un bosco alla periferia di Cittiglio. La svolta nelle indagini sarebbe arrivata dopo una puntata di Quarto Grado, condotta da Gianluigi Nuzzi. Nel 2014 durante la trasmissione fu ricostruito il delitto di Lidia Macchi e furono mandate in onda anche le lettere giunte alla famiglia dopo l'omicidio. La calligrafia di queste missive è stata quindi riconosciuta da una telespettatrice. Stando alle indagini che sono seguite a questa segnalazione, l'autore della lettera anonima giunta a casa della famiglia Macchi il 9 gennaio dell'87, giorno in cui si celebrarono i funerali di Lidia, sarebbe appunto Stefano Binda. Nella missiva, intitolata "In morte di un'amica", c'erano descrizioni della scena del crimine note a quanto pare solo agli inquirenti, e ovviamente all'assassino. Questo il testo della lettera come riportato dal quotidiano Il Giorno: "Perché io, perché tu, perché le stelle sono così belle... In una notte di gelo la morte urla, grida d'orrore e un corpo offeso, velo di tempio strappato, giace... Consummatum est...Non è colpa mia, è la morte che ha voluto la sua vita. Io l'amavo, perdonatemi".

L'uomo non era mai entrato nel giro dei sospettati nel corso delle indagini ed infatti dopo l'arresto anche l'avvocato Daniele Pizzi, legale dei familiari di Lidia Macchi, ha ammesso: "Siamo stupiti, speriamo che questo serva per fare emergere finalmente la verità". Lidia Macchi studiava giurisprudenza alla Statale di Milano mentre Stefano Binda studiava filosofia, ed entrambi frequentavano l'ambiente di Comunione e Liberazione. Binda frequentava qualche volta la casa di Lidia Macchi ma non sarebbe stato un suo amico stretto. Durante la perquisizione della casa di Binda, gli investigatori avrebbero trovato un foglio dentro un'agenda con scritto: "Stefano è un barbaro assassino". Secondo l'ordinanza di custodia cautelare la grafia "risulta ascrivibile allo stesso Binda".

Il giorno successivo la famiglia Macchi, intervenendo a Quarto Grado, ha annunciato di aver già depositato in Procura la richiesta di riesumazione della salma di Lidia. L'obiettivo è infatti quello di cercare sulla salma di Lidia Macchi le tracce di Stefano Binda. Nonostante quello di Lidia Macchi fu il primo caso in Italia in cui si ricorse al test del DNA, tutto il materiale genetico (sperma) analizzato nel laboratorio inglese di Abingdon fu distrutto per ordine del primo gip che seguì la vicenda, con ordinanza datata 31 ottobre 2000. L'analisi sui resti di Lidia Macchi però potrebbe non dare esiti certi. Il DNA andato distrutto danneggia inoltre anche l'arrestato, ammette l'avvocato della famiglia Macchi, perché "lo priva della possibilità di scagionarsi immediatamente, se innocente". Ed infatti, Stefano Binda dal carcere continua a dichiararsi estraneo alla vicenda. Il primo interrogatorio è stato fissato per domani, martedì 19 gennaio.

Nel frattempo, Paola Bettoni, madre di Lidia Macchi, ricorda che Stefano Binda dopo l'omicidio "venne a casa per le condoglianze insieme a don Giuseppe Sotgiu. - e ricorda - Erano legatissimi e il sacerdote era in ottimi rapporti con mia figlia. Da quella sera Binda non si fece più vedere, neanche alle cerimonie di suffragio". Paola Bettoni sospetta quindi che Bindi non sia "l'unico responsabile" dell'omicidio della figlia, concludendo: "Credo ma potrei sbagliarmi che le indagini non siano terminate".

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