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Olio di palma sostenibile? Grandi marchi sfruttano lavoro minorile e forzato

Molte aziente si vantano di usare olio di palma sostenibile per produrre produrre snack e cosmetici per i consumatori occidentali. in realtà il gigante Wilmar vende alle multinazionali AFAMSA, ADM, Colgate-Palmolive, Elevance, Kellogg's, Nestlé, Procter & Gamble, Reckitt Benckiser e Unilever dell'olio di palma derivante dal lavoro minorile e forzato, come denuncia il rapporto di Amnesty International.

Nove aziende mondiali quali AFAMSA, ADM, Colgate-Palmolive, Elevance, Kellogg's, Nestlé, Procter & Gamble, Reckitt Benckiser e Unilever "garantiscono ai loro consumatori che stanno usando olio di palma sostenibile ma le nostre ricerche dicono il contrario" denuncia Meghna Abraham di Amnesty International, che ha redatto il rapporto intitolato "Il grande scandalo dell'olio di palma: violazioni dei diritti umani dietro i marchi più noti".

"Non c'è nulla di sostenibile in un olio di palma che è prodotto col lavoro minorile e forzato. Le violazioni riscontrate nelle piantagioni della Wilmar non sono casi isolati ma il risultato prevedibile e sistematico del modo in cui questo produttore opera" chiarisce quindi Abraham.

Eppure, l'olio di palma proveniente da tre delle cinque piantagioni indonesiane su cui Amnesty International ha indagato è stato certificato come "sostenibile" dal Tavolo sull'olio di palma sostenibile, un organismo istituito nel 2004 dopo uno scandalo ambientale. "Il nostro rapporto mostra chiaramente che le aziende usano quell'organismo come uno scudo per evitare controlli. Sulla carta hanno ottime politiche, ma nessuna ha potuto dimostrare di aver identificato rischi di violazioni nella catena di fornitura della Wilmar" spiega infatti Seema Joshi, direttrice del programma Imprese e diritti umani di Amnesty International.

La Wilmar è il gigante dell'agro-business con sede a Singapore che vende di olio di palma alle 9 multinazionali sopraccitate anche se il prodotto è "ottenuto attraverso gravi violazioni dei diritti umani in Indonesia, dove bambini anche di soli otto anni lavorano in condizioni pericolose" precisa Amnesty International.

Meghna Abraham evidenzia infatti come queste aziende stiano "chiudendo un occhio di fronte allo sfruttamento dei lavoratori nella loro catena di fornitura. - ed aggiunge - Nonostante assicurino i consumatori del contrario, continuano a trarre benefici da terribili violazioni dei diritti umani".

"Le nostre conclusioni dovrebbero scioccare tutti quei consumatori che pensano di fare una scelta etica acquistando prodotti in cui si dichiara l'uso di olio di palma sostenibile" auspica l'attivista, osservando: "C'è qualcosa che non va se nove marchi, che nel 2015 hanno complessivamente fatturato utili per 325 miliardi di dollari, non sono in grado di fare qualcosa contro l'atroce sfruttamento dei lavoratori dell'olio di palma che guadagnano una miseria".

Nel rapporto viene rivelato che per produrre snack e cosmetici per i consumatori occidentali in Indonesia:
- le donne sono costrette a lavorare per molte ore dietro la minaccia che altrimenti la loro paga verrà ridotta, con un compenso inferiore alla paga minima (in alcuni casi, solo 2,50 dollari al giorno) e prive di assicurazione sanitaria e di trattamento pensionistico (leggi lavoro forzato);
- i bambini anche di soli otto anni sono impiegati in attività pericolose, fisicamente logoranti (trasportano sacchi di frutti che possono pesare da 12 a 25 chili) e talvolta costretti ad abbandonare la scuola per aiutare i genitori nelle piantagioni;
- i lavoratori sono gravemente intossicati da paraquat, un agente chimico altamente tossico ancora usato nelle piantagioni nonostante sia stato messo al bando nell'Unione europea e anche dalla stessa Wilmar;
- i lavoratori privi sono di strumenti protettivi della loro salute, nonostante i rischi di danni respiratori a causa dell'elevato livello di inquinamento causato dagli incendi delle foreste tra agosto e ottobre 2015;
- i lavoratori sono costretti a lavorare a lungo, a costo di grave sofferenza fisica, per raggiungere obiettivi di produzione ridicolmente elevati, a volte usando attrezzature a mano per tagliare frutti da alberi alti 20 metri;
- i lavoratori multati per non aver raccolto in tempo i frutti dal terreno o per aver raccolti frutti acerbi.

"I consumatori vorrebbero sapere quali prodotti sono legati alle violazioni dei diritti umani ma le aziende mantengono una grande segretezza" precisa Seema Joshi, e per questo Amnesty International avvierà una campagna per chiedere alle aziende di far sapere ai consumatori se l'olio di palma contenuto in noti prodotti come il gelato Magnum, il dentifricio Colgate, i cosmetici Dove, la zuppa Knorr, la barretta di cioccolato KitKat, lo shampoo Pantene, il detersivo Ariel e gli spaghetti Pot Noodle proviene o meno dalle piantagioni indonesiane della Wilmar.

© riproduzione riservata | online: | update: 30/11/2016

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