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Nucleare addio: Paolo Romani apre a rinnovabili, biomasse a geotermia

Il Piano Energetico Nazionale non avrà più la sua componente radioattiva, cioè l'energia nucleare. Il Governo incomincia a pensare ad una "rimodulazione" dove, secondo Paolo Romani "la parte riservata alle rinnovabili sarà molto più ampia". Ma Greenpeace chiede di investire 60 miliardi in rinnovabili.

Il 12 e 13 giugno gli italiani hanno detto con il referendum un secco no all'energia nucleare nel nostro Paese, seguendo Germania e Svizzera nell'addio ad una tecnologia che, in poco più di 30 anni ha prodotto tre catastrofi, con una "progressione apocalittica" notevole, ovvero Three Mile Island, Chernobyl e Fukushima (ancora in piena crisi). Queste catastrofi, ricordiamolo sempre, peseranno sulle generazioni presenti e future, considerando che molti dei loro "effluvi" radioattivi hanno un tempo di "dimezzamento" di migliaia di anni. Ora che l'Italia è uscita dal nucleare, Paolo Romani, ministro dello Sviluppo Economico, che il 19 marzo scorso, a pochi giorni dall'incidente giapponese di Fukushima diceva al forum annuale di Confcommercio: "quello che è successo in Giappone rende il referendum sul nucleare drammaticamente pericoloso perché c'è il rischio di una decisione emozionale", incomincia ora a fare i conti con l'"emozione" di dover "rimodulare" il piano energetico nazionale dopo la bocciatura dell'atomo. A margine dell'assemblea di Confartigianato il Ministro ha dichiarato che lavorerà "perché la quota del nucleare si annulli completamente, come già avevamo immaginato abrogando la norma che consentiva il ritorno del nucleare" e che all'interno di una conferenza nazionale dell'energia verrà fatta "una nuova suddivisione delle fonti: ovviamente la parte riservata alle rinnovabili sarà molto più ampia", sottolineando che, anche se i combustibili fossili rappresentano circa il 94% del bilancio energetico nazionale "ci sono altre fonti dalle biomasse alla geotermia". Sembra quindi che il Governo ora voglia investire seriamente nelle energie rinnovabili, dopo il "grande freddo" dei mesi scorsi, ma sarà solamente il tempo a dirlo. Intanto una proposta "post nucleare" da parte di Greenpeace potrebbe essere la soluzione per coprire quella percentuale "atomica" del piano energetico nazionale. L'organizzazione ambientalista nonviolenta difatti chiede "che i 60 miliardi di euro, necessari a sviluppare il piano nucleare del Governo che prevedeva la realizzazione di dieci reattori, vengano investiti nel settore delle rinnovabili e dell'efficienza energetica, che possono produrre più del doppio di energia elettrica e creare dieci volte più posti di lavoro".

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