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Giappone: addio al nucleare. Ma ad Ottembre

Il Giappone rinuncia a parole al nucleare anche se "gradualmente". Sparisce dal documento che approva il "piano energetico" la data di "uscita" dall'atomo, diventando automaticamente ad Ottembre. Intanto Fukushima continua ad avvelenare il Paese.

La politica giapponese è molto simile a quella italiana così come la sua classe dirigente gerontocratica, con un livello di ipocrisia e di opportunismo tipicamente mediterraneo. Il Giappone è infatti una terra per certi versi molto simile all'Italia e alla sua "stratigrafia familiare", dove nella società raramente conta la meritocrazia, confusa com'è nella palta del clientelismo e della corruzione. Quando pochi giorni fa i media di tutto il mondo avevano annunciato l'addio al nucleare del Giappone entro il 2030, chi segue la politica nipponica ha giustamente esistato a dare un'opinione, dato che "politicamente", come hanno osservato alcuni analisti di scenario, il Giappone non uscirà mai dal nucleare nemmeno se succedesse un disastro pari a Chernobyl. Siccome la catastrofe è avvenuta e si chiama Fukushima, ecco che i politici giapponesi dicono che il Giappone ha sì l'idea di abbandonare il nucleare (tanto per non scontentare una parte dell'elettorato, quella "ortensiana") ma, come si dice anche nel Sol Levante, ad Ottembre. Cioè in una data imprecisa e "da definirsi". Il Governo di Tokyo ha infatti approvato il piano energetico per la nazione, ma la bozza che parlava di un abbandono del nucleare entro trent'anni (partendo da oggi, cioè il 2040 non il 2030) non è stata approvata, anche se sarà tenuta "in considerazione".
Gli esponenti del governo nipponico infatti condividono gli obbiettivi di "uscita graduale dal nucleare" ma si sono dimenticati di mettere una data certa. Insomma il "farò dirò" nipponico è stato rispettato anche se Fukushima e le sue prevedibili ed imprevedibili conseguenze pendono come una spada di Damocle sul Paese. Non basta ai politici di Tokyo che il 10 per cento del territorio giapponese sia contaminato dalla radioattività , così come non spaventa che la stazione di Tokyo sia infestata dalle polveri radioattive. Senza pensare al cibo, alle alghe, al sushi, ai tonni radioattivi e la possibilità che a Fukushima riprenda la reazione a catena o avvenga una esplosione idrovulcanica.
La "confindustria giapponese", la Keidanren, che aveva bollato come "inaccettabile" l'annuncio del governo di abbandonare il nucleare entro il 2040 e di fissare la "vita operativa" delle centrali a 40 anni, ha vinto ancora una volta. Chi ha partecipato alla "rivoluzione ortensiana" che ha visto il 29 giugno scorso sfilare 150mila persone (una folla oceanica per gli "ubbidienti" giapponesi) davanti alla residenza ufficiale del primo ministro, per protestare per la riattivazione della centrale nucleare di OI è rimasto molto deluso. Ma il segnale dell'addio al nucleare "ad Ottembre" era nell'aria, così come le migliaia di millisievert l'ora ancora oggi "sfumate" da Fukushima. Pochi giorni fa infatti il governo giapponese aveva puntualizzato che alle centrali nucleari in costruzione non sarebbe stato revocata l'autorizzazione sebbene "l'addio". Il primo segnale dell'abbandono 2ad Ottembre" del nucleare giapponese era stato solo qualche gionro fa quando il governo, alla domanda se le autorizzazioni delle centrali in costruzione fossero state sospese, il governo ha detto che non era il caso di sospenderle. Se una centrale vive almeno 40 anni, si faccia il conto.

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