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Fukushima: primo lavoratore risarcito per esposizione a radiazioni. Ha la leucemia

Fukushima ha il suo primo "liquidatore" risarcito dall'INAIL nipponica per infortunio sul lavoro. L'infortunio si chiama leucemia, ma il Governo giapponese continua a respingere il nesso causale tra radiazioni e cancro. Tanto che Shinzo Abe respira a pieni polmoni nella ghost city di Okuma, e l'epidemia di cancro alla tiroide nei bambini della Prefettura viene ancora minimizzata.

Per uno strano scherzo del destino le notizie su Fukushima sono sparite dagli aggregatori di news perché seppellite da un'altra (anzi, un altro) Fukushima. Il dottor Takanori Fukushima è infatti quel misterioso medico che avrebbe diagnosticato un tumore al cervello a Papa Francesco, notizia che poi è stata seccamente smentita dal Vaticano. Ma nel frattempo che un Fukushima qualunque oscurava mediaticamente la prefettura devastata di Fukushima, teatro del disastro nucleare che ha contaminato radiologicamente il 10 per cento del Giappone e che dal marzo 2011 risulta ancora incontrollabile nella sua evoluzione (e per le sue conseguenze), ecco un'importante novità.

Novità burocratica stavolta, niente nuova acqua radioattiva spillata in mare o fumi allo Xenon-135 dalle centrali nucleari in pezzi. La notizia è infatti politica: è stato risarcito il primo caso di cancro direttamente correlato al disastro nucleare delle centrali Tepco da parte delle istituzioni giapponesi. Il Ministero della Salute del Sol Levante ha infatti certificato che un "liquidatore" di Fukushima (cioè un lavoratore che serve per la "messa in sicurezza" delle centrali distrutte) si è ammalato di cancro del sangue (leucemia) a seguito del suo lavoro che lo esponeva quotidianamente alla radioattività. Il lavoratore che oggi ha appena 40 anni ha lavorato sulle macerie del reattore numero uno dell'impianto nucleare di Fukushima tra l'ottobre 2012 e il dicembre 2013. "Sulle macerie" nel senso che era un addetto alla copertura del nuovo tetto della centrale. Attenzione, il riconoscimento della malattia da parte del Governo giapponese non tragga in inganno.

Il riconoscimento che il lavoratore si è ammalato "per" Fukushima è "alla giapponese" come si comprende dalle parole di un funzionario del Ministero della Salute Lavoro e Welfare, consegnate all'agenzia Kyodo. Spiega il funzionario: "Mentre il nesso di causalità tra la sua esposizione alle radiazioni e la sua malattia non è chiara, abbiamo certificato il fatto dal punto di vista dell'assicurazione contro gli infortuni". Insomma, abbiamo permesso che l'INAIL giapponese (che si chiama IACI, Industrial Accident Compensation Insurance) liquidasse la somma dovuta per l'infortunio sul lavoro "a" Fukushima (e non "per" Fukushima). Il lavoratore ha quindi percepito la compensazione economica perché la legge nipponica indica che il soggetto debba aver lavorato per un anno in un luogo in cui sia stato esposto ad almeno a 5 millisievert e abbia sviluppato la malattia dopo un anno che sia stato esposto alle radiazioni. Resta comunque il fatto che il povero lavoratore è storicamente il primo la cui malattia sia stata in qualche modo riconosciuta come infortunio "radiologico" sul lavoro a Fukushima.

Un atto burocratico dovuto, quello giapponese (non certo un atto politico) in un Paese che non ammette ancora la catastrofe nucleare uguale se non superiore a Chernobyl. Per comprendere l'atmosfera che si respira (un'atmosfera radiologicamente sospetta quanto carica di indifferenza suicida) il premier Shinzo Abe nei scorsi giorni ha visitato (forse con un innato spirito da kamikaze) la città di Okuma promettendo al suo sindaco che il Governo nazionale "cercherà di assicurare che il piano di ricostruzione farà progressi". Per chi conoscesse Okuma per i mulinelli da pesca e non per il luogo, sappia che Okuma è una ghost city radiologicamente pericolosa ed inabitabile, che è stata evacuata dopo le esplosioni all'impianto nucleare della Tepco che si trova proprio ai suoi confini. Eppure, come si capisce dalla visita del premier nipponico (almeno il premier italiano non si reca mai nei luoghi del disastro anche se non radiologicamente pericolosi), il Giappone è ancora pienamente convinto che si possa abitare su zone contaminate. Forti dell'esperienza di Hiroshima e Nagasaki non ricordano che, come ha spiegato a Mainfatti.it il Prof. Paolo Scampa è stata "una scelta politica" non renedere inabitabili Hiroshima e Nagasaki.

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