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Fukushima: Kan rinuncia stipendio fino a "soluzione". Per 24mila anni?

Il premier giapponese Naoto Kan rinuncia al suo stipendio (ma non a quello da parlamentare) fino a che la situazione di Fukushima non sarà risolta. Stessa cosa Masataka Shimizu di TEPCO, ormai campione mondiale di inchini e di scuse. Forse tra migliaia di anni potranno rivedere il bonifico.

Fukushima è scomparsa dal palinsesto quotidiano delle notizie TV di tutto il mondo, almeno dal mondo "mainstream", quello che poi trasforma la rete in una cassa di risonanza. La rete resiste nell'informare su Fukushima con i soliti blogger e organizzazioni ecologiste e "tecniche" che ogni giorno cercano di indagare sulla tragedia e informare su ciò che succede in Giappone. Per il resto i "flussi" sono tutti per Bin Laden, William e Kate e l'ultima "paranoia" che riguarda l'"11 settembre terremoto a Roma". La paura della "slow Chernobyl", assolutamente non risolta, che continua ad eruttare le sue nubi radioattive in tutta l'atmosfera e nell'Oceano Pacifico (http://is.gd/L04o5Y e http://is.gd/jRYDNN) non trova voce nei "broadcast" e la "gente normale", non vedendo esplosioni in TV, non sente l'esigenza di occuparsi del problema. Questo silenzio irresponsabile sta mettendo a serio rischio anche il referendum del 12 e 13 Giugno, un silenzio che per molte organizzazioni ha un amaro sapore "antidemocratico". Ogni tanto dalla sordina mondiale sull'argomento Fukushima esce qualche nota (attentamente melodica) che mette un po' di colore (non plumbeo) sulla questione. Lungi dal parlare di Becquerel per metro quadro, arrivano notizie di "presa di responsabilità" del premier giapponese e del numero uno di TEPCO, la compagnia elettrica proprietaria delle centrali distrutte in riva al mare. L'atmosfera in Giappone infatti incomincia a surriscaldarsi (e non solo per l' attività mai sopita dei reattori distrutti di Fukushima I), tanto che incominciano a vedersi proteste per strada, una cosa abbastanza inusuale per lo stile "misurato" del popolo nipponico. Nelle proteste, ad esempio a Tokyo, incominciano a segnalarsi anche "tensioni", quindi scaramucce con le forse dell'ordine, altro brutto segnale. Ovvio che la politica incomincia a fare marcia indietro e a considerare l'atmosfera di "jishuku" che pervade il Paese. Jishuku, tradotto letteralmente significa "self-control, self-discipline", insomma "autocontrollo", termine che si era sentito "durante i giorni più bui della seconda guerra mondiale" (interessante a questo proposito "Hirohito: The Showa Emperor in War and Peace" di Ikuhiko Hata http://is.gd/QVPLhL). Il premier giapponese Naoto Kan comunica che prenderà solamente lo stipendio da parlamentare e non quello da premier con relativi benefit. Stessa cosa farà anche il Masataka Shimizu, numero uno della TEPCO che insieme ad altri alti dirigenti, per dare il buon esempio, rinunceranno al proprio appannaggio. Gli stipendi non saranno incassati (non si sa però se saranno persi per sempre o "congelati") fino a quando la tragedia di Fukushima non sarà risolta. E qui forse sta la profonda ipocrisia della politica giapponese, così simile a quella italiana, anche per età media dei governanti, tanto che anche in Giappone la parola "dimissioni" sembra sparita dal vocabolario. Quando sarà considerata risolta l'emergenza di Fukushima? Quando la radioattività sarà sotto controllo e non ci sarà più il pericolo di esplosioni, o quando il territorio sarà "come prima" e restituito agli abitanti? Naoto Kan e Masataka Shimizu sanno bene che, se va bene, forse tra 24200 anni (emivita del Plutonio 239 prodotto dai reattori nucleari) il loro stipendio (uno dei loro stipendi, ovviamente) potrà forse essere sbloccato. Ma forse ignorano che il conto con la Madre Terra e con tutte quelle generazioni che Fukushima rovinerà, non sarà mai saldato.

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