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Omicidio Cocò: fu usato come scudo umano dal nonno, due arresti

Giuseppe Iannicelli usava Cocò (Nicola Campolongo), il nipote di appena 3 anni, come scudo umano per scongiurare gli attentati. Ma dal quel gennaio 2014 l'ndrangheta fece saltare quelle regole che Cosa Nostra ignorò nel gennaio 1996, quando il 15enne Giuseppe Di Matteo fu disciolto in una vasca di acido nitrico. Arrestati dai Carabinieri del Ros i due assassini del triplice omicidio.

Giuseppe Iannicelli, il nonno di Cocò, voleva pentirsi e per questo sarebbe stato ucciso. E' quanto emerge dalle indagini che hanno portato ad un ordinanza di custodia cautelare in carcere, eseguita dai Carabinieri del Ros e del Comando Provinciale di Cosenza ed emessa su richiesta della Procura Distrettuale Antimafia di Catanzaro, nei confronti di due indagati per il triplice omicidio perpetrato il 16 gennaio 2014 a Cassano allo Jonio (CS). Oltre a Iannicelli, il piccolo Cocò (Nicola Campolongo) di appena 3 anni, e la compagna dell'uomo, Ibtissam Touss, furono infatti uccisi con diversi colpi di pistola ed i loro corpi furono ritrovati, carbonizzati, all'interno di un'auto. In una nota i Carabinieri precisano che "le indagini, oltre a ricostruire il triplice omicidio sin dalle sue fasi preparatorie, hanno consentito di individuare il movente, documentare la sua connotazione tipicamente mafiosa ed evidenziare le dinamiche criminali insistenti nel territorio della sibaritide".

I destinatari dell'ordinanza sono Cosimo Donato, detto "topo", 38 anni, e Faustino Campilongo, 39 anni detto "Panzetta", entrambi già detenuti nel carcere di Castrovillari per estorsione. I due uomini sono ora indagati per omicidio premeditato e distruzione di cadavere, con l'aggravante di aver commesso il fatto al fine di agevolare l'attività del sodalizio 'ndranghetista degli "Abbruzzese". Secondo gli inquirenti, Giuseppe Iannicelli sarebbe stato dedito allo spaccio di droga dapprima con la consorteria 'ndranghetistica degli zingari cassanesi, gli Abbruzzese, e successivamente per il clan contrapposto dei Forastefano. Oltre a questo evidente contrasto, le indagini hanno evidenziato l'intenzione di Iannicelli di collaborare con la giustizia nel processo "Katrina" contro gli Abbruzzese. Inoltre, l'uomo sarebbe stato intenzionato a "mantenere un ambito di autonomia nella sua attività di narcotrafficante, procacciandosi la droga non solo dagli Abbruzzese ma anche dai loro nemici (i Forestefano) ovvero, comunque, da canali alternativi (come gli albanesi) e un simile comportamento è intollerabile per un'associazione a delinquere di stampo mafioso che per, per statuto, nel proprio territorio di riferimento mira al controllo esclusivo di tutte le attività illecite" come scrive il gip.

I due indagati, secondo gli investigatori, avrebbero quindi attirato Iannicelli nel luogo dove sarebbe avvenuta la strage. Nonostante dei due uomini Iannicelli si fidava, poiché dipendenti dello stesso per la distribuzione delle sostanze stupefacenti nei comuni di Firmo, Lungro ed Acquaformosa nel Cosentino, il nonno ha portato con sé anche il piccolo Cocò, a quanto pare utilizzato come una sorta di "scudo umano" per scongiurare gli attentati. Ma da quel gennaio 2014 l'ndrangheta fece saltare quelle regole che Cosa Nostra ignorò nel gennaio 1996, quando il 15enne Giuseppe Di Matteo fu disciolto in una vasca di acido nitrico.

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