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Nanoparticelle di ossido di titanio: riccio di mare le gusta senza infiammarsi

Mentre l'oxybenzone delle creme solari è indigesto per le barriere coralline (a cui sembra stia provocando gravi danni), il riccio di mare sembra "gradire" le nanoparticelle di biossido di titanio contenute un po' ovunque (dai cosmetici agli alimenti). Il Paracentrotus lividus, amico di mille mangiate, sembra non rispondere con infiammazioni (fortunatamente) alla nano invasione.

Mentre è di pochi giorni fa la notizia che l'oxybenzone, una sostanza chimica usata come ingrediente anti UV delle creme solari, sta creando seri danni alle barriere coralline, una ricerca italiana pubblicata su Scientific Reports fa luce su un'altro ingrediente delle creme solari, l'ossido di titanio. Questa volta ossido di titanio (o biossido di titanio o titanio diossido o E171) in forma "nano", cioè con particelle di dimensione inferiore a 100 nanometri. Nella ricerca intolata "Titanium dioxide nanoparticles stimulate sea urchin immune cell phagocytic activity involving TLR/p38 MAPK-mediated signalling pathway" si indaga sull'effetto che le nanoparticelle di ossido di titanio hanno sui ricci di mare. Le nanoparticelle fanno parte ormai, obtorto collo, della nostra vita quotidiana: dalla "ricopertura" di cioccolati che non si sciolgono al calore delle dita, ai deodoranti per le ascelle, alle pentole, ai cosmetici, alle fibre dei vestiti. Ovviamente come la "modernità" impone, queste sostanze ancora poco studiate vengono messe in commercio senza sapere esattamente "l'effetto che fanno" sull'uomo e sulla natura. Le ricerche che vengono effettuate "dopo", come quella degli scienziati dell'Istituto di biomedicina ed immunologia molecolare 'Alberto Monroy' del Consiglio nazionale delle ricerche (Ibim-Cnr) di Palermo, in collaborazione con il Dipartimento di scienze ambientali, informatica e statistica dell'Università Ca' Foscari di Venezia, servono a monitorare la situazione.

I ricercatori italiani (la ricerca è firmata Annalisa Pinsino, Roberta Russo, Rosa Bonaventura, Andrea Brunelli, Antonio Marcomini e Valeria Matranga) hanno preso a modello nel loro studio il "Paracentrotus lividus", ovvero il conosciutissimo riccio di mare, compagno di mille mangiate in riva al mare. Questo spinoso amico dei buongustai è stato preso a modello dai ricercatori per il fatto che è molto più simile a noi di molti altri animali che si immaginerebbero più vicini alle nostre membra. Valeria Matranga dell'Ibim-Cnr spiega: "Il genoma del riccio di mare si è rivelato più vicino a quello umano rispetto al genoma di altri organismi modello, come ad esempio roditori, pesci, vermi o il moscerino della frutta. Inoltre, il complesso e sofisticato sistema immunitario del Paracentrotus lividus, che riconosce i patogeni grazie a un vasto repertorio di proteine, unito alla facilità di manipolarlo in laboratorio, lo rende ottimo per lo studio delle risposte immuni". Lo studio ha portato a delle interessanti scoperte. "I risultati mostrano che le cellule immuni del modello riconoscono le nanoparticelle di ossido di titanio come corpi estranei - spiega la ricercatrice -, contro cui innescano meccanismi di protezione e difesa, cercando di eliminarle senza tuttavia attivare una risposta infiammatoria, che avrebbe conseguenze più gravi per l'organismo".

"In termini tecnici - continua Valeria Matranga - mediante gli studi di microscopia ottica e di immunofluorescenza, immunoblotting e Real Time PCR abbiamo dimostrato che le cellule immuni inglobano le nanoparticelle in vescicole fagocitarie, inibiscono la fosforilazione di una proteina chinasi (p38 MAPK), stimolano la produzione di un recettore di membrana coinvolto nella risposta immune (TLR receptor 4-like), ma non attivano segnali di stress cellulare (hsp70) o pro-infiammatori (IL-6, NF-kB). Tutte indicazioni della non tossicità delle particelle di ossido di titanio nei confronti del riccio di mare, che si è rivelato un modello adatto per studi sulla sicurezza delle nanoparticelle". In parole povere questa ricerca potrebbe aprire nuove ipotesi su che fine facciano le nanoparticelle una volta entrate nel nostro corpo. Potrebbero essere inglobate "pacificamente" come fa il riccio di mare oppure, come sostengono alcuni esperti potrebbero anche generare dei processi infiammatori fino a produrre delle neoplasie.

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