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UE in crisi di minerali rari, a rischio LCD e smartphone

Un nuovo studio che non ha comparazioni nel passato rivela che i minerali rari, quelli che servono per la costruzione dei "devices" che tutti amano accarezzare, potrebbero diventare enormemente costosi tanto da mettere in crisi l'industria tecnologica, soprattutto dell'Unione Europea.

La globalizzazione sembra progressivamente accartocciarsi su se stessa scoprendo lati assolutamente non previsti dai teologi del tittytainment e della teoria del 20:80. Chiudere le miniere, le industrie pesanti, le filiere "antieconomiche" per delocalizzarle in Cina o in Africa potrebbe portare al collasso della tecnologia avanzata, soprattutto nell'Unione Europea. Lo studio che svela queste problematiche firmato da Peter Klimek, Michael Obersteiner e Stefan Thurner, si intitola "Systemic trade risk of critical resources" ed è stato pubblicato di Science Advances. Lo studio ha analizzato il traffico merci di 71 beni minerali tra 107 paesi, in collaborazione con i ricercatori dell'International Institute for Applied Systems Analysis (IIASA). La ricerca avverte, dopo la pesante crisi del 2008 che ha mostrato il lato negativo della forte interdipendenza dei mercati, di quanto il mercato dei minerali rari possa subire degli shock. Il prezzo di questi minerali potrebbe repentinamente diventare molto alto, svelano i ricercatori, fino a rappresentare una vera minaccia per la stabilità geopolitica. Peter Klimek, ricercatore presso l'Università di Vienna ha dichiarato come la "carenza regionale di minerali necessari per la fabbricazione di moderne tecnologie potrebbero causare ripercussioni in tutto il sistema commerciale, portando ad un forte incremento della volatilità dei prezzi di tali minerali nei mercati globali". Un esempio abbastanza conosciuto su quanto i minerali utilizzati per fabbricare i nostri telefoni cellulari e smartphone siano spesso sporchi di sangue e di sfruttamento in aree del mondo dove regnano i signori della guerra è il coltan (columbite-tantalite), tanto che una fondazione chiamata FairPhone ha deciso di produrre uno smartphone con una filiera controllata dei minerali utilizzati.

Un cambio di "regime" nelle zone del Congo in cui viene estratto il coltan (anche a mani nude, ed è anche leggermente radioattivo) potrebbe decretare un aumento improvviso di questa terra rara essenziale per l'elettronica di consumo. Ma non è solamente il coltan a tenere con il fiato sospeso gli accarezzatori di schermi, ma altri minerali rari come il tallio, il berillio, l'indio la cui carenza può bloccare l'industria "essenziale" della tecnologia avanzata, compresa quella militare. Secondo lo studio sarebbe l'Unione Europea a correre i rischi maggiori di instabilità per l'approvvigionamento dei metalli rari, l'indio e il berillio in particolare. L'indio ad esempio è essenziale per la produzione di schermi a cristalli liquidi, come per altre applicazioni strategiche (fotoconduttori, transistor, termistori, etc). Ma il problema della UE è che l'indio è un sottoprodotto dell'industria mineraria dell'estrazione dello zinco. Avendo chiuso la maggior parte della miniere che estraevano zinco, per problemi di costi e di opportunità (si pensi a quelle del Sulcis iglesiente, una volta chiamata proprio "capitale europea del piombo-zinco"), le forniture di questo minerale per la UE sono diventate, secondo questa ricerca, a rischio. Dato che la domanda di indio è destinata ad aumentare, "la sua disponibilità non necessariamente aumenterà perché questa è in gran parte determinata dall'economia di zinco", scrive lo studio. Altro problema dell'Unione Europea è il rifornimento di berillio. Il berillio è più legato all'industria militare. Qualcuno si ricorderà infatti che questo minerale, essendo un moltiplicatore neutronico, fu usato da Enrico Fermi come "amplificatore" dei neutroni nei primi esperimenti con la "pila atomica". Con il berillio si fanno missili, satelliti, aerei supersonici, circuiti stampati miniaturizzati, molle e meccaniche di precisione, giroscopi, e molto altro. Purtroppo per la UE lo studio di macroeconomico sottolinea quanto "l'ottanta per cento della fornitura mondiale di berillio viene estratto negli Stati Uniti; gran parte del resto viene dalla Cina".

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