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Geoingegneria: fertilizzare Oceani contro effetto serra. Teller docet

Fertilizzare gli Oceani con il "ferro" per far crescere e sviluppare ammassi di alghe che assorbano CO2 sprofondando negli abissi, dove resteranno "per molti anni". Questa la "geniale" soluzione di alcuni scienziati, ricordando la figura di un'altro scienziato apprezzato per il suo lato "umano" e "ambientale", Edward Teller .

Piccoli Edward Teller crescono. La ubris degli esseri umani non sembra avere confini e la cosiddetta "geoingegneria" continua a sfornare "nuove" soluzioni per scongiurare quello che scientificamente per molti osservatori, è ancora tutto da dimostrare, ovvero che il "riscaldamento" del pianeta Terra sia generato dall'attività umana piuttosto che dall'attività del Sole. Lungi dal risolvere la diatriba, se non a livello di "marketing", la ricerca di soluzioni tramite la "geoingegneria" incombe e dopo la "geniale" proposta di Edward Teller di riempire la stratosfera di particelle riflettenti per "raffreddare l'atmosfera" (per alcuni strategia "già in atto" con le famigerate "scie chimiche" ), e la altrettanto commovente soluzione di Paul Crutzen, premio Nobel per la chimica nel 1995, di far esplodere dei palloni nella stratosfera carichi di Acido solfidrico e di Anidride solforosa (per modificare l'albedo del nostro Pianeta), ecco arrivare una soluzione "marina".
La soluzione (non salina, però) sarebbe quella di "sequestrare" la CO2 dell'atmosfera, responsabile dell'"effetto serra" grazie a delle "piantagioni" di alghe (microscopiche, però) galleggianti sopra la superficie degli oceani. La proposta è scaturita da uno studio internazionale che raccomanderebbe, per la crescita rigogliosa delle alghe, una ovvia la "fertilizzazione" oceanica con del "ferro", elemento di cui l'Oceano, "purtroppo" è povero, almeno negli strati superficiali. Questa povertà del micronutriente "ferroso" impedisce purtroppo ai nostri mari di essere splendide distese di alche verdi. Lo studio è stato pubblicato su Nature ed è frutto di esperimenti che hanno visto coltivazioni pilota nell'Oceano Antartico nel 2004, durante il progetto EIFEX . Il progetto, che aveva il compito di "fertilizzare" con il ferro l'Oceano perché il plancton crescesse e "sequestrasse" l'Anidride carbonica dall'atmosfera, è uno dei 12 esperimenti di fertilizzazione di questo tipo effettuati a partire dal 1993. Per i geoingegneri la crescita innaturale di fitoplancton sarebbe quindi la soluzione ideale per mitigare il riscaldamento globale, ma Michael Steinke, Università dell' Essex (Regno Unito), osserva: "Come le piante terrestri, il fitoplancton, dalla fotosintesi, cattura C02 sulla superficie del mare e quando muore, affonda nei sedimenti profondi".
Lo "stoccare" questa C02 in "sedimenti profondi" quindi, dove si spera non riemerga se non "dopo molti anni", come sostengono gli esperti. Insomma, il solito problema "casalingo" della polvere sotto il tappeto. Ma oltre gli entusiasti della "geoingegneria" (come fu d'altronde Edward "Dottor Stranamore" Teller, che sosteneva tra l'altro l'escavazione di porti e canali a furia di esplosivi nucleari) molti osservatori pensano che si dovrebbe dare anche una "minima importanza" all'ecosistema nel suo insieme, quando si progettano tali "fertilizzazioni". Non sappiamo infatti quanto la presenza del ferro "supplettivo" negli Oceani, o la mancanza di luce provocata dall'aumentare smodato di fitoplancton in superficie (e altre centinaia di variabili) possano recare più danni di quelli che, forse, potrebbero in teoria risolvere.
Un esempio per tutti: la pagina di Wikipedia inglese chiamata "Solar radiation management" offre una didascalia emblematica di una foto raffigurante la cima di una montagna. Si legge: "Removing trees from snowy landscapes can help reflect more sunlight into space" (ovvero "rimuovere gli alberi dalle distese innevate può aiutare a riflettere più luce solare nello spazio"). Piccoli Edward Teller crescono, appunto.

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