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Cambiamenti climatici: causa glaciazione Mediterraneo trasformato in deserto di sale

Il Climate Central diffonde pittoresche foto delle metropoli che tra cento anni saranno allagate per via dei cambiamenti climatici. Ma se oggi il cambiamento climatico con le sue cause e le sue conseguenze è legato alla Terra che si sta scaldando (per colpa dell'uomo, dice una parte della scienza, quella che ha più budget), c'era una volta il problema opposto: la glaciazione. L'aumento di "volume" della calotta polare antartica trasformò il nostro Mar Mediterraneo in un deserto di sale.

Mentre l'organizzazione americana Climate Central lancia l'allarme per il surriscaldamento globale (di natura antropica, ovviamente) e decreta entro cento anni l'allagamento totale o parziale di ben cento metropoli dove di solito si va in vacanza con un volo low cost (Londra, New York, Shanghai, Hong Kong, Calcutta, Mumbai, Jakarta, Rio de Janeiro, ecc.) c'è chi studia il passato (remoto) per capire il futuro della nostra terra. Dopo aver guardato le foto interattive di New York City sommersa per lo scioglimento dei ghiacci si può gustare meglio lo scenario che l'INGV, l'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, ha proposto per il Mediterraneo. Un Mediterraneo del passato, ovviamente, antico di 5 o 6 milioni di anni, che invece di essere un mare ricco d'acqua (e di vari metalli pesanti tra cui il mercurio) era diventato un arido deserto ricoperto di sale. Lo stretto di Gibilterra che divide l'Oceano Atlantico dal Mediterraneo era completamente sbarrato e ne consegue che, per evaporazione, quello che dopo milioni di anni sarà chiamato dagli antichi romani "Mare nostrum", si trasformò in un deserto di sale. Tecnicamente questo periodo secco del Mediterraneo è chiamato "crisi di salinità del Messiniano", ed è durato circa 270mila anni. La grande domanda che ha interrogato i geologi per decenni è come tutto questo fosse avvenuto.

Due le teorie dominanti. La prima, pubblicata negli anni 70 che imputava la chiusura del Mediterraneo "ai movimenti relativi delle placche litosferiche africana, araba ed euroasiatica che avrebbero chiuso lo stretto di Gibilterra" come spiega Fabio Florindo, direttore della Struttura Ambiente dell'INGV, e la seconda teoria che sosteneva come "la causa principale poteva essere riconducibile a una glaciazione, con conseguente riduzione del livello globale degli oceani". Fabio Florindo, è coautore della pubblicazione che permette di fare piena luce sul problema e che è stata pubblicata in questi giorni su Nature Communications. Il titolo dello studio è "Antarctic glacio-eustatic contributions to late Miocene Mediterranean desiccation and reflooding". Il lavoro è firmato da Christian Ohneiser, Fabio Florindo, Paolo Stocchi Andrew P. Roberts, Robert M. DeConto e David Pollard. Lo studio condotto dall'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) insieme a un team internazionale di ricercatori ha analizzato 60 perforazioni effettuate lungo il margine del continente antartico e nell'oceano meridionale. Ma i caritaggi non sono certamente bastati ai ricercatori. E' infatti stato utilizzato un modello al computer (supercomputer) per tenere conto di centinaia di variabili geo-gravitazionali, come spiega lo stesso Florindo: "E' stato sviluppato un modello complesso al supercalcolatore, sviluppato da Paolo Stocchi, ricercatore del Royal Netherland Institute for Sea Research e cofirmatario del lavoro, che simula la dinamica della calotta polare e la conseguente oscillazione del livello degli oceani. L'influenza della crescita della calotta antartica sul livello del mare non è uniforme su tutto il pianeta, in quanto il suo sviluppo comporta una complessa interazione tra effetti gravitazionali, rotazionali e le deformazioni della litosfera terrestre". Il ricercatore spiega quindi come "l'abbassamento del livello degli oceani, infatti, fu tale che scese al di sotto di una soglia posta in corrispondenza dello stretto di Gibilterra, causando l'isolamento del Mediterraneo dall'Atlantico. In entrambi gli scenari la limitazione di apporto idrico, rispetto all'evaporazione, avrebbero, quindi, reso il Mediterraneo un grande lago destinato poi a prosciugarsi completamente. Lo studio conferma questa ricostruzione, mettendo però in luce un sistema di cause molto più complesso".

Interessante anche il fatto che durante il periodo della crisi di salinità del Messiniano, analizzando i carotaggi che rivelano la stratigrafia i ricercatori hanno dedotto che c'è stata una fase erosiva e non di sedimentazione. Come giustificarla? "L'erosione, attribuita all'aumento di ghiaccio sul continente antartico, avrebbe progressivamente ridotto il livello degli oceani", continua a spiegare il Direttore della Struttura Ambiente dell'INGV. "Durante questa fase si è ridotta di molto la differenza di altezza tra la superficie del mare e il fondale e l'influenza della corrente superficiale è diventata così grande che il processo di sedimentazione si è trasformato in erosione". Il Mar Mediterraneo è quindi evaporato e le terre attorno allo Stretto di Gibilterra, non più cariche d'acqua, hanno cominciato a sollevarsi formando una diga sull'Atlantico. Poi, come si legge nello studio, l'Antartide ha cominciato a ritirarsi, cioè a "sciogliersi", e l'aumento del livello degli oceani, e quindi dell'Atlantico stesso, ha scavalcato circa 5,33 milioni di anni fa la "diga" di Gibilterra distruggendola e riempiendo nuovamente, con una catastrofica inondazione il Mediterraneo. La ricerca è molto importante anche perché, come sottolinea Florindo, implica "la comprensione del fatto che alla crescita o riduzione delle calotte polari le oscillazioni degli oceani avvengono con modalità irregolare. Una fusione parziale delle calotte potrebbe, quindi, determinare una variazione complessa del livello degli oceani, dando vita a nuovi scenari di cambiamento climatico".

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