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CGIL: manovra è schiaffo ai giovani. Italia verso politica del 20:80?

La manovra uscita dal vertice di maggioranza per la CGIL "è nell'insieme uno schiaffo in faccia a tutti i giovani", perché gli si dice che per loro non c'è futuro lavorativo. Ma all'economia potrebbe bastare solo la "politica del 20:80".

Susanna Camusso della CGIL non poteva essere più chiara: la manovra da 45,5 miliardi di euro, sommata alle due precedenti, lancia un chiaro messaggio, quello cioè che "non ci si può fidare dello Stato, delle istituzioni e del funzionamento dello Stato". Ma la Camusso è seriamente preoccupata anche perché siamo arrivati "alla violazione degli uguali diritti ad uguali condizioni", che dovrebbe essere il pilastro della nostra Costituzione, senza contare che la manovra "è nell'insieme uno schiaffo in faccia a tutti i giovani di questo Paese, ai quali si dice seccamente che istruirsi non è importante, che l'accesso alle professioni è rinviato sine die e che il lavoro non c'è". "E' un messaggio pericoloso" avverte Susanna Camusso durante la conferenza stampa per lo sciopero generale che la CGIL ha indetto per il prossimo 6 settembre, spiegando che si ha "l'impressione che questo è un Paese che è costretto all'instabilità e che continua a stare nella palude, e che è costretto all'instabilità in ragione del fatto che il governo continua a pensare agli interessi di un piccolo serbatoio di voti fedeli". La CGIL, infatti, non solo continua a ritenere la manovra "profondamente iniqua" ma se possibile anche "peggiorata", come sottolinea la Camusso, evidenziando che "se si continua nell'idea di tagli così come sono fatti, di depressione nell'economia, si condanna il Paese alla manovra infinita perché non ripartendo la crescita non è vero che ci sarà né il pareggio di bilancio né la prospettiva del risanamento". Il giudizio della CGIL sulla manovra è andato aggravandosi dopo che dal vertice della maggioranza è stato reso noto che il calcolo sull'età pensionabile verrà effettuato solo in base agli "effettivi anni di lavoro". Il leader della CGIL evidenzia quindi che "ovviamente una norma con queste caratteristiche ha una certezza, cioè quella che determinerà un contenzioso infinito, perché chiunque potrà giustamente dire che lui ha pagato per una prestazione che non gli viene resa e che un altro, in una condizione equivalente ma con un'età anagrafica differente ha un trattamento diverso, per cui ad uno vale il contratto fatto con lo Stato e per un altro non vale". Susanna Camusso spiega inoltre come non sia affatto vero che dal vertice di lunedì la manovra ne sia uscita profondamente cambiata, e questo perché si è continuato ad intaccare solo la fascia di popolazione più debole. In particolare, la Camusso crede che "sia in corso una esplicita opera di discriminazione del lavoro pubblico, perché mettendo in fila la somma delle tre manovre, sui lavoratori pubblici si scaricano tutte le tipologie di intervento possibile: il blocco contrattuale, il blocco delle assunzioni, il blocco sui lavoratori precari, la tredicesima usata come garanzia del comportamento dei ministri o dei direttori, il contributo di solidarietà che per loro rimane, e adesso ovviamente per tanta parte delle categorie pubbliche la norma sul militare e sul riscatto della laurea". Per non parlare del fatto che "il messaggio che giunge alle giovani generazioni di questo Paese è il messaggio per cui non ci si può fidare dello Stato, non vale la pena di studiare, e comunque che sono in una lista d'attesa infinita per entrare nelle professioni, perché coloro che nelle professioni ci sono non sono nelle condizioni di uscirne al di là della loro età anagrafica". Ma come è possibile, si domanderà forse qualcuno, che l'economia, ma anche la società stessa, di un Paese possa vivere senza nessun patto generazionele? La risposta sembra darcela Hans-Peter Martin e Harald Schumann (entrambi redattori del Der Spiegel) nel libro "La trappola della globalizzazione - L'attacco alla democrazia e al benessere" (Edition Raetia, 1996, traduzione di Franz Reinders), quando descrivono che in futuro "servirà soltanto un quinto di tutta la forza lavoro" per far girare il mondo. Tale visione, messa a punto "alla fine del settembre 1995 dall'elite del potere mondiale a San Francisco, dove 500 statisti, presidenti di multinazionali e scienziati di spicco discutono a porte chiuse riuniti al Fairmont Hotel del XXI secolo", viene riassunta nella cosiddetta "politica del 20:80", dove appunto solo "il 20% della popolazione abile al lavoro sarà sufficiente per far funzionare l'economia mondiale. (...) Questo 20% parteciperebbe quindi attivamente alla vita, al guadagnare e al consumare - continuano ancora i due redattori del Der Spiegel - e non importa in quali Paesi vivono i lavoratori". E quell'80% di disoccupati, o precarizzati, che continueranno a cercare (a loro insaputa) un lavoro? Al Fairmont Hotel, si spiega sempre nell'illuminante libro, "viene abbozzato un nuovo ordine sociale: Paesi ricchi senza ceto medio degno di nota". Per i quattro quinti della popolazione, basterà il "Tittytainment", termine che Hans-Peter Martin e Harald Schumann spiegano è stato introdotto nella discussione da Zbigniew Brzezinski, dal 1977 al 1981 consigliere per la sicurezza di Jimmy Carter, e da allora impegnato ad occuparsi in "questioni geostrategiche". Il "Tittytainment" sarebbe quella "combinazione tra un intrattenimento atto ad intontire e un'alimentazione sufficiente" che secondo l'opinione di Brzezinski potrà bastare "a tenere su di morale la popolazione frustrata del mondo". I giornalisti del Der Spiegel sottolineano anche però che "solo teorici ingenui e politici miopi possono credere che sia possibile privare ogni anno milioni di persone del posto di lavoro e della sicurezza sociale (...) senza dover pagare prima o poi il prezzo politico di tutto ciò - e ancora - In questa maniera le cose andranno senz'altro storte. Ciò che vale secondo la logica dell'economia aziendale adottata dagli strateghi dei gruppi di imprese non vale per le società costituite: per queste società non esiste il 'surplus people', non esiste nessun esubero di cittadini". La "trappola della globalizzazione" è proprio quando "i governi non fanno altro che richiamarsi all'onnipotente natura delle cose che in un'economia transnazionale obbliga ad agire in un determinato modo". Le manovre adottate dal governo italiano ce le ha imposte il mercato, dettate dalla BCE, ma in questo modo "la politica diventa uno spettacolo dell'impotenza - sottolineano nel libro Hans-Peter Martin e Harald Schumann - e lo Stato democratico perde la sua legittimazione".

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