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Papa Francesco: don Puglisi ha vinto. Preghiamo perché mafiosi si convertano a Dio

Papa Francesco ricorda, dopo la recita dell'Angelus da PIazza San Pietro, il beato don Puglisi: Educando i ragazzi secondo il Vangelo li sottraeva alla malavita, e così questa ha cercato di sconfiggerlo uccidendolo. In realtà, però, è lui che ha vinto, con Cristo Risorto". Come Giovanni Paolo II, anche Papa Francesco esorta: "Preghiamo perché questi mafiosi e queste mafiose si convertano a Dio".

"Ieri, a Palermo, è stato proclamato Beato Don Giuseppe Puglisi, sacerdote e martire, ucciso dalla mafia nel 1993" ha ricordato Papa Francesco dopo la recita dell'Angelus a Piazza San Pietro. Papa Francesco, rivolgendosi ai fedeli, ha ricordato come "don Puglisi è stato un sacerdote esemplare, dedito specialmente alla pastorale giovanile. Educando i ragazzi secondo il Vangelo li sottraeva alla malavita, e così questa ha cercato di sconfiggerlo uccidendolo. - precisando - In realtà, però, è lui che ha vinto, con Cristo Risorto. Io penso a tanti dolori di uomini e donne, anche di bambini, che sono sfruttati da tante mafie, che li sfruttano facendo fare loro un lavoro che li rende schiavi, con la prostituzione, con tante pressioni sociali. Dietro a questi sfruttamenti, dietro a queste schiavitù, ci sono mafie". Papa Francesco quindi esosta a pregare "il Signore perché converta il cuore di queste persone" affermando: "Non possono fare questo! Non possono fare di noi, fratelli, schiavi! Dobbiamo pregare il Signore! Preghiamo perché questi mafiosi e queste mafiose si convertano a Dio e lodiamo Dio per la luminosa testimonianza di don Giuseppe Puglisi, e facciamo tesoro del suo esempio!".

Oltre a Papa Francesco, anche il cardinale Paolo Romeo, che ha ieri presieduto la Messa di beatificazione di don Puglisi al Foro Italico Umberto I di Palermo, ha chiesto la conversione dei mafiosi, riprendendo la celebre esortazione di Giovanni Paolo II, oggi beato, che il 9 maggio del 1993 gridò dalla piana dei templi di Agrigento: "Dio ha detto una volta: Non uccidere. Non può l'uomo, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio. Lo dico ai responsabili: convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio!".

Don Puglisi è il primo martire di mafia e "la mano mafiosa che, quel 15 settembre del 1993, lo ha barbaramente assassinato ha liberato la vera vita di questo chicco di grano, che nella ferialità della sua opera di evangelizzazione, moriva ogni giorno per portare frutto. Quella mano assassina ha amplificato oltre lo spazio e il tempo la sua delicata voce sacerdotale, e lo ha donato martire non solo a Brancaccio ma al mondo intero" come sottolinea nel corso della sua omelia l'arcivescovo Paolo Romeo.

Anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ricorda in un messaggio la figura di don Pino Puglisi, che per togliere i bambini ed i ragazzi dalla strada, e dalla mafia, fondò il "Centro Padre Nostro", evidenziando come il suo "martirio costituisce una grande testimonianza di fede cristiana, di profonda generosità e di altissimo coraggio civile". Napolitano prosegue specificando quindi che "l'orrore suscitato in tutto il paese dal barbaro assassinio di Don Puglisi rimarrà nella memoria di tutti noi e la sua intensa e feconda esperienza pastorale, svolta sempre nelle realtà più difficili della Sicilia, continua a rappresentare un esempio per tutti coloro che non intendono piegarsi alle prevaricazioni della criminalità mafiosa".

Per Pietro Grasso, Presidente del Senato, "è stata una grande emozione" assistere alla Messa di beatificazione di don Pino Puglisi a Palermo, ricordando su Facebook: "Uno dei miracoli di don Pino è stato quello fatto con il suo sorriso ai killer che lo stavano per uccidere: due mafiosi feroci che si sono convertiti e hanno dato un grande contributo per l'accertamento della verità e della giustizia anche recentemente, facendo riaprire indagini importanti come quella sulla strage di via d'Amelio". Piero Grasso prosegue: "E' stato ammazzato perché era diventato un luminoso punto di riferimento nel quartiere, che toglieva l'aria e il territorio ai mafiosi accogliendo i ragazzi al centro Padre nostro, organizzando iniziative con i cittadini di Brancaccio contro la mafia e la droga. Una situazione che non faceva più sentire al sicuro nemmeno i latitanti nascosti nel quartiere. Il suo omicidio, come quello del piccolo Di Matteo, sono fatti per i quali la mafia ha pagato carissimo in termini di consenso: moltissime persone hanno capito la natura violenta e senza regole dei mafiosi e hanno infranto il muro di silenzio, omertà e rassegnazione".

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