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Ddl diffamazione: siti internet obbligati a cancellare dati. Verso "buco della memoria"?

Un emendamento di Forza Italia al ddl diffamazione, approvato in Commissione Giustizia del Senato all'unanimità con la sola astensione del M5S, prevede che si possa chiedere ai siti internet e ai motori di ricerca la cancellazione di articoli, dati personali o immagini sulla base di un contenuto solamente "ritenuto lesivo". Più che di "diritto all'oblio" potrebbe sembrare un "buco della memoria".

Un emendamento di Forza Italia al ddl diffamazione, approvato in Commissione Giustizia del Senato, prevede che in caso di diffamazione i siti internet e i motori di ricerca dovranno cancellare i "contenuti diffamatori" o i dati personali della vittima. L'emendamento è passato quasi all’unanimità, con la sola astensione del M5S. Nel testo dell'emendamento si legge: "Fermo restando il diritto di ottenere la rettifica o l'aggiornamento delle informazioni contenute nell'articolo ritenuto lesivo dei propri diritti, l'interessato può chiedere ai siti internet e ai motori di ricerca l'eliminazione dei contenuti diffamatori o dei dati personali trattati in violazione delle disposizioni di cui alla presente legge. L'interessato, in caso di rifiuto o di omessa cancellazione dei dati, ai sensi dell'articolo 14 del decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 70, può chiedere al giudice di ordinare ai siti internet e ai motori di ricerca la rimozione delle immagini e dei dati ovvero di inibirne l'ulteriore diffusione. In caso di morte dell'interessato, le facoltà e i diritti di cui al comma 2 possono essere esercitati dagli eredi o dal convivente". Così come è formulata, la norma rischia però di "silenziare" l'attività giornalistica della rete, soprattutto quella che vive e lavora di passioni e non di capitali. L'interessato, infatti, potrà chiedere ad un sito internet o al gestore di un motore di ricerca di rimuovere il contenuto anche solamente sulla presunzione della "diffamazione", quando ancora non c'è una sentenza che la sancisca. A quel punto, è facile immaginare che solo chi ha mezzi (e soldi) non si opporrà alla richiesta di cancellazione di "contenuti, dati e immagini". In altri tempi (solo pochi anni fa) un provvedimento del genere sarebbe stato "bollato" come un "attentato" alla libertà di espressione e di stampa e come un tentativo di "censura", e magari si sarebbero aperte campagne mediatiche per protestare contro "il bavaglio della rete" (oggi con tanto di selfie con fazzoletto sulla bocca). Adesso invece si parla solamente di un'estensione del "diritto all'oblio", che anche dopo la sentenza della Corte di Giustizia dell'UE contro Google assomiglia sempre di più al "buco della memoria" di orwelliana memoria.

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