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Immigrati: nei CIE fino a 18 mesi e allontanamento coattivo comunitari

Il Cdm ha approvato un decreto legge in materia di immigrazione che prevede, tra le altre cose, "l'allontanamento coattivo e l'espulsione anche per i cittadini comunitari oltre che per gli extracomunitari" e il prolungamento dei tempi massimi di permanenza degli irregolari nei CIE da 6 a 18 mesi. Provvedimenti che non mancano di suscitare diverse polemiche.

Il Consiglio dei ministri ha approvato giovedì 16 giugno un decreto legge in materia di immigrazione che prevede, tra le altre cose, "l'allontanamento coattivo e l'espulsione anche per i cittadini comunitari oltre che per gli extracomunitari", come spiega durante la conferenza stampa il ministro degli Interni Roberto Maroni, e il prolungamento dei tempi massimi di permanenza degli irregolari nei CIE (Centro di identificazione ed esplusione) da 6 a 18 mesi. Due provvedimenti che non mancano di suscitare diverse polemiche. Quando il ministro dell'Interno ha parlato di "allontanamento coattivo dei cittadini comunitari per motivi di ordine pubblico se permangono sul territorio nazionale in violazione della direttiva sulla libera circolazione dei comunitari", a qualcuno è tornata in mente l'intervista rilasciata dallo stesso Roberto Maroni il 21 agosto 2010 al Corriere della Sera (http://is.gd/xzix87). Maroni spiegava di essere d'accordo con la politica di Sarkozy in merito ai rimpatri dei rom, aggiungendo che in realtà la Francia non stava che "facendo altro che copiare l'Italia". Maroni nel 2010 anticipava che l'Italia avrebbe anzi voluto fare un passo in più, per arrivare appunto "alla possibilità di espellere anche i cittadini comunitari". Allo stupore del giornalista Lorenzo Salvia, Roberto Maroni spiegava infatti: "Sì, espulsioni come per i clandestini, non rimpatri assistiti e volontari. Naturalmente solo per chi viola la direttiva che fissa i requisiti per chi vive in un altro Stato membro: reddito minimo, dimora adeguata e non essere a carico del sistema sociale del Paese che lo ospita - concludendo - Molti rom sono comunitari ma non rispettano nessuno di questi requisiti". A nemmeno un anno di distanza, ecco che le espulsioni per i cittadini comunitari sono diventati una realtà, attraverso un decreto che avrebbe il compito di "rendere più completa la normativa di recepimento della direttiva 2004-38". Roberto Maroni durante la conferenza stampa a Palazzo Chigi non si sofferma sul tema delle "violazioni" che permetterebbero "l'allontanamento coattivo dei cittadini comunitari", ma a pochi giorni di distanza dalle dichiarazioni rilasciate nel 2010 al Corriere della Sera, era Gianfranco Schiavone, consigliere ASGI, (Associazione per gli Studi Giuridici sull'Immigrazione), a ricordare al ministro dell'Interno che "la direttiva (2004-38, ndr) non fa alcun riferimento alle condizioni di carattere economico - specificando - Nel testo c'è scritto solo che il diritto di soggiorno non può andare a configurarsi come un onere eccessivo sull'assistenza sociale del paese coinvolto, ma non scatta l'allontanamento per i cittadini comunitari che sono entrati in uno Stato membro per cercare un posto di lavoro e che hanno una possibilità di trovarlo, anche se non ce l'hanno, o se non possono dimostrare il reddito nel momento in cui c'è un controllo. Non esiste l'ipotesi dell'allontanamento per motivi di tipo economici, anzi l'articolo 27 esclude che la misura possa essere presa per questo motivo". Gianfranco Schiavone sottolineava inoltre che "la direttiva esclude la possibilità di prendere misure di carattere generale, anche di prevenzione perché il secondo comma dell'articolo 27 dice che giustificazioni estranee al caso individuale o attinenti a ragioni di prevenzione generale non sono prese in considerazione" (http://is.gd/xwmn0N). Per quanto riguarda invece il prolungamento dei tempi massimi di permanenza degli irregolari nei CIE da 6 a 18 mesi per molti è un provvedimento totalmente "assurdo", come lo definisce anche padre Giovanni La Manna, presidente del Centro Astalli (il centro dei gesuiti per i rifugiati con sede a Roma), commentando la notizia al SIR (Servizio informazione religiosa - http://is.gd/xWoKLx). Padre La Manna ricorda infatti che "nei CIE si trovano anche persone che non hanno commesso reati", spiegando: "Noi ci andiamo una volta a settimana e le persone ci chiedono: perché non ci rimandate al nostro Paese? Perché dobbiamo essere trattenuti in un carcere?". Spesso infatti i CIE diventano per gli immigrati delle vere e proprie prigioni perché "pur essendo consentito l'uso del cellulare si è privati della libertà di uscire, non ci sono programmi di rieducazione come in carcere. Non c'è progettualità - continua padre La Manna - Le persone nei CIE vanno in sofferenza perché trattenute in una situazione indegna. Sono sotto gli occhi di tutti i disordini che avvengono: incendi, atti di vandalismo", senza contare quelli di autolesionismo, sempre più frequenti. "Perché far deprimere ed esasperare le persone? - si chiede ancora il sacerdote - Esistono degli strumenti per valutare, con dignità, se hanno diritto a rimanere in Italia, allora cerchiamo di far funzionare meglio questi sistemi".

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