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Legge diffamazione a mezzo stampa: da Partly Free a Not Free?

La maggioranza dei senatori, senza metterci la faccia, ha votato a scrutinio segreto (su proposta di Lega Nord e Api) per la reintroduzione del carcere per i giornalisti. L'Italia che aspira all'Europa è una vergogna per Bruxelles, che con una simile legge sulla diffamazione a mezzo stampa rischia di non essere neanche più "parzialmente libera".

Alessandro Sallusti è stato condannato per diffamazione a mezzo stampa , a causa di una norma datata 1948, ad un anno e due mesi di carcere. Da quel momento, il Parlamento ha iniziato una discussione, in Senato, dove tra alti e bassi e nuovi tentativi di leggi bavaglio, ha fatto pensare che l'Italia potesse riuscire finalmente a scalare (seppur di poco) la classifica stilata da Freedom House, che nel 2012 ci vede non solo alla 70esima posizione nel mondo ma soprattutto nella zona dei Paesi "parzialmente liberi". Ebbene, dopo il colpo di mano avvenuto ieri in Senato, dove 131 senatori hanno votato (ma senza metterci la faccia) per la reintroduzione del carcere per i giornalisti, l'Italia si scava la fossa da sola, perché non è difficile immaginare che continuando su tale strada il nostro Paese sprofonderà presto assieme a Paesi come l'Afghanistan, la Russia, il Sudan, la Siria, Cuba, la Cina e l'Iran. Una nazione dove la propria classe politica vota, per giunta a scrutinio segreto (chiesto da Lega Nord e Api), per confermare la legittimità del carcere per un giornalista, infatti, è un Paese "non libero". E non è libero perché, anche se il segretario della FNSI Franco Siddi si dice convinto che questi "forcaioli" che hanno votato per imprigionare la stampa "dovranno pagare un conto salato alla reazione dell'opinione pubblica", agli italiani non gli interessa proprio niente. Anzi, spinti da un becero populismo e da un analfabetismo funzionale dilagante, sempre di più vedono i giornalisti come una minaccia alla loro libertà, non ricordandosi di tempi dove era la mancanza di libertà, soprattutto di espressione, la vera minaccia.

E così, mentre da una parte la politica italiana invoca l'Europa come ancora di salvezza per uscire da questa crisi, dall'altra il Senato non si vergogna di presentarsi davanti a Bruxelles con una legge sulla diffamzione a mezzo stampa che invece di portare "l'Italia in linea con gli standard del Consiglio d'Europa", come auspicava il commissario per i diritti umani Nils Muiznieks, ci allinea più che altro agli standard del Pakistan. Visti i presupposti, però, una (ancora) possibile cancellazione del carcere tra le pene per la diffamazione a mezzo stampa non basterà certamente a farci sembrare (neppure apparentemente) liberi, perché per far chiudere la bocca a chi ha voglia di dire le cose come stanno, senza troppi "sembrerebbe", "parrebbe", "qualcuno potrebbe pensare", basta il timore di dover affrontare un processo, anche penale, e vedersi strappare quel poco che si è riusciti a costruire in tanti anni di onesta carriera.

Diversi osservatori, anche internazionali, hanno infatti a più riprese evidenziato come le pene pecuniare che si vorrebbero introdurre in questa nuova legge sulla diffamazione a mezzo stampa non sono in linea con quanto già stabilito dalla Corte di Strasburgo, che nella sentenza del 17 luglio 2008 - ricorso n. 42211-07, ricorda innanzitutto: "La stampa svolge un ruolo essenziale in una società democratica: se da un lato essa non deve superare certi limiti, che dipendono in particolare dalla tutela della reputazione e dei diritti altrui, dall'altro le spetta tuttavia di comunicare, nel rispetto dei suoi doveri e delle sue responsabilità, informazioni e idee su tutte le questioni d'interesse generale, comprese quelle della giustizia. Alla sua funzione di diffondere informazioni si aggiunge il diritto, per l'opinione pubblica, di riceverne. Se così non fosse, la stampa non potrebbe svolgere l'indispensabile ruolo di 'cane da guardia' (...)".

La Corte Europea dei Diritti dell'Uomo prosegue spiegando che "è necessario prendere in considerazione anche la natura e la gravità delle pene inflitte quando si tratta di misurare la proporzionalità dell'ingerenza - e che - Gli Stati contraenti (...) devono evitare di adottare misure che dissuadano i mass media dallo svolgere il loro ruolo di allarme dell'opinione pubblica in caso di abusi palesi o presunti del potere pubblico". La Corte di Strasburgo ritiene infatti "che anche l'importo dei danni morali e della somma a titolo di riparazione che il ricorrente è stato condannato a pagare (in totale, circa 41.315 euro, oltre ogni somma dovuta a titolo di interessi legali sull'importo di 36.151 euro a partire dal novembre 1994) sia tale da alterare il giusto equilibrio richiesto in materia", aggiungendo che "tenuto conto della situazione finanziaria del ricorrente, la condanna al pagamento di tali somme era suscettibile di dissuaderlo dal continuare ad informare l'opinione pubblica su argomenti d'interesse generale".

In conclusione, la Corte Europea sentenzia che l'Italia ha violato l'articolo 10 della Convenzione dei Diritti dell'Uomo, precisando che, nonostante "il ricorrente non esercita regolarmente la professione di giornalista, ma è un ricercatore di scienze politiche presso l'università di Palermo", ma poiché "l'interessato ha scritto un articolo destinato ad essere pubblicato sul giornale Narcomafie, articolo che, per giunta, è stato ripreso dal quotidiano nazionale Il Manifesto, i suoi discorsi, alla stregua di quelli di chiunque altro si trovi in una situazione analoga, devono essere assimilati a quelli di un giornalista e godere della stessa tutela sotto il profilo dell'articolo 10 della Convenzione".

Va da sé che la proposta in discussione per la modifica della legge sulla diffamazione a mezzo stampa, che vorrebbe stabilire un tetto sia minimo sulla multa da infliggere al giornalista (5mila euro) che un massimo (di ben 50mila euro) rischia di andare a violare la Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo.
Un solo emendamento sarebbe auspicabile in Parlamento, e cioè quello che stabilisce il divieto di promulgare leggi che limitino la libertà di parola, o di stampa, come sancisce la Costituzione degli Stati Uniti. E questo perché in Italia non sembra essere ancora chiaro il profodno significato di "diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione".

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