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I pubblicisti "in base al comma 5 non hanno futuro". Ora risposte

Enzo Iacopino, presidente nazionale dell'Odg, dopo aver espresso a Monti la preoccupazione dei giornalisti per il fatto che "certe norme ipotizzate potrebbero tutelare alcuni, i professionisti, ma fare sparire i più, i pubblicisti", cerca di rassicurare gli animi. Anche se i dubbi (e qualche certezza) continuano a far preoccupare i più.

A far tornare in primo piano il problema dei pubblicisti, che dal 13 agosto 2012 sembrano destinati ad essere "cancellati" dall'Albo dei giornalisti, era stato il presidente dell'Ordine nazionale dei giornalisti Enzo Iacopino che, aprendo la consueta conferenza stampa di fine anno, chiedeva a Mario Monti di ascoltare la categoria. "Le chiediamo la possibilità di far comprendere che la crisi che attraversa il mondo dell'informazione rischia di spegnere voci che garantiscono il pluralismo" spiegava Iacopino, aggiungendo che "certe norme ipotizzate, con una semplificazione poco sostenibile dal punto di vista morale, potrebbero tutelare alcuni, i professionisti, ma fare sparire i più, i pubblicisti, privando di ogni diritto e dello stesso status chi è già penalizzato da scelte che subisce da anni ma rappresenta linfa vitale per l'informazione". Una frase che ha messo in allarme almeno quei pubblicisti che la conferenza stampa la stavano ascoltando (e non solo per lavoro), riaccendendo il dibattito sulla sorte degli stessi. Nonostante le feste, il tam tam mediatico è cominciato a motare, tanto che il giorno successivo la conferenza stampa Iacopino pubblica sul sito dell'Odg un lungo articolo (leggi http://is.gd/yhnr42) per tranquillizare gli animi e per sottolineare, a caratteri cubitali, che "L'ALLARMISMO CHE CIRCOLA IN QUESTE ORE NON SI FONDA SULLE NORME, MA SU CATTIVE O PARZIALI INFORMAZIONI". In poche parole Enzo Iacopino scrive che "La legge in vigore prevede l'abrogazione delle norme esistenti solo nelle parti che sono in conflitto con le lettere da a) a g) dell'articolo 33 (in realtà articolo 3, ndr) comma 5 (del decreto legge 13 agosto 2011 n. 138 poi convertito, con modificazioni, dalla legge 14 settembre 2011, n. 148, ndr). Il legislatore non ha scritto, ad esempio, che vengono abrogate le norme che siano in contrasto con quanto previsto dall'articolo 33 (in realtà articolo 3, ndr) comma 5 fino alla lettera g) compresa. Ma solo con quanto dettato dalle lettere da a) a g)" specificando che "Il primo capoverso del comma 5, dunque, non è richiamato: era questo che faceva riferimento all'esame di Stato ed è questo che aveva indotto i colleghi pubblicisti ad una ribellione sacrosanta, che ho cercato di rappresentare al presidente Monti, pubblicamente nel corso della conferenza stampa e, sia pur brevemente, in privato". Tale spiegazione dovrebbe servire per rassicurare i circa 80mila giornalisti pubblicisti italiani, anche se qualche dubbio era rimasto per il fatto che Iacopino comunque precisava: "Sia chiaro, non so come finirà. So che non accetterò la mortificazione di questa professione con la penalizzazione dei colleghi pubblicisti". Ma per quale motivo i pubblicisti dovrebbero quindi subire delle mortificazioni se "il primo capoverso del comma 5, dunque, non è richiamato"? Perché "il presidente del Consiglio nazionale stenta a comprendere che, dopo il dl 138-2011 e il varo dei decreti attuativi, ai Consigli regionali dell'Ordine sarà vietato procedere alla iscrizione di nuovi pubblicisti. Questo discorso regge anche se prima del 13 agosto 2012 non verrà varato il Dpr sui giornalisti perché dal giorno successivo decadranno automaticamente (art. 33 del dl 201-2011) tutte le norme attuali (presenti nella legge 69-1963) in contrasto e in conflitto con i principi fissati nel comma 5 dell'articolo 3 del dl 138-2011" come spiega Franco Abruzzo sul suo sito (http://is.gd/KygqJv). Franco Abruzzo, per 18 anni e fino al 2007 presidente dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia, fa notare infatti che "le leggi hanno un cappello che guida la lettura di tutto l'articolato" ma che "Enzo Iacopino, con un lunghissimo articolo, omissivo in alcune parti essenziali, tenta di dimostrare" che i dl "non parlano dell'esame di Stato". Il primo capoverso del comma 5 afferma infatti: "Fermo restando l'esame di Stato di cui all'articolo 33, quinto comma, della Costituzione per l'accesso alle professioni regolamentate, gli ordinamenti professionali devono garantire che l'esercizio dell'attività risponda senza eccezioni ai principi di libera concorrenza, alla presenza diffusa dei professionisti su tutto il territorio nazionale, alla differenziazione e pluralità di offerta che garantisca l'effettiva possibilità di scelta degli utenti nell'ambito della più ampia informazione relativamente ai servizi offerti. Con decreto del Presidente della Repubblica emanato ai sensi dell'articolo 17, comma 2, della legge 23 agosto 1988, n. 400, gli ordinamenti professionali dovranno essere riformati entro 12 mesi dalla data di entrata in vigore del presente decreto per recepire i seguenti princìpi...". Come spiega Franco Abruzzo, "il comma 5 si colloca come preambolo o premessa rispetto ai principi che seguono dalla lettera a) alla lettera g)" e che "non è possibile slegare la premessa dai principi, perché altrimenti - evidenzia - non si capirebbe il riferimento al tirocinio (uguale praticantato) se non si lega all'esame di Stato che è la conclusione logica del tirocinio medesimo". In poche parole "il comma 5 dell'articolo 3 del dl 138-2011 (convertito dalla legge 148-2011) letto unitariamente dà per scontato che l'accesso a tutte le professioni intellettuali è vincolato al superamento dell'esame di Stato previsto dall'articolo 33 (V comma) della Costituzione", insiste Abruzzo, ribadendo come i pubblicisti "in base al comma 5 citato, non hanno futuro", destinati tra pochi mesi a scomparire "dalla vita dell'Ordine dopo 83 anni dalla istituzione giuridica di questa figura avvenuta con il Regio decreto 384-1928", che prevedeva l'albo (e non l'Ordine) dei giornalisti suddiviso in tre distinti elenchi: i professionisti, i praticanti e i pubblicisti. Franco Abruzzo conclude quindi che "il presidente del Consiglio nazionale stenta a comprendere che, dopo il dl 138-2011 e il varo dei connessi decreti attuativi, ai Consigli regionali dell'Ordine sarà vietato procedere alla iscrizione di nuovi pubblicisti". Questo provvedimento oltre a recare, a giudizio di molti, un grave danno al mondo del giornalismo, lascia in sospeso la sorte di chi è già, attualmente, giornalista pubblicista iscritto all'Ordine e di chi sta finendo gli anni di collaborazione per accedere alla professione. Per questo motivo riproponiamo le 10 domande che diversi pubblicisti hanno posto pubblicamente a Mario Monti, ricordando che che Indro Montanelli rispondendo alla domanda su cos'era per lui il giornalismo, disse: "Credo che lo farei anche gratis, non saprei come mangiare ma, sì, lo farei anche gratis. E' la mia passione, il mio amore, la mia dannazione, la mia fatica, il mio passatempo, è tutto! Il giornalismo è: vai a vedere senza pregiudizi e racconta quello che hai visto". Le domande a cui ancora il premier non ha dato alcuna risposta:
1) Come sarà possibile privare di un titolo chi lo ha già conseguito? 2) Se una testata giornalistica vorrà continuare ad avere la sua rubrica settimanale (per esempio 'sulle implicazioni nella vita reale della fisica quantistica' o 'sulla lettura corretta dei neumi del canto gregoriano') finora curata da un giornalista pubblicista, a chi si potrà rivolgere visto che "chiunque scriverà in modo continuativo (ad esempio più di dieci articoli l'anno) potrà essere oggetto di denuncia penale per esercizio abusivo della professione"? I pubblicisti, infatti, sono nati anche come supporto "tecnico" per i giornali, per tutti quegli argomenti specifici e specializzati su cui i giornalisti professionisti non sanno scrivere (non essendo onniscienti).
3) Che fine faranno tutti quei giornali e periodici, cartacei e online, che hanno come direttore responsabile un giornalista pubblicista? Dovranno chiudere? 4) Stesso discorso per quei giornali o periodici che si reggono grazie al lavoro di pubblicisti: questi rimaranno senza un lavoro e la testata sarà costretta a chiudere, visto che non avrà più una redazione "a norma di legge"? 5) Spesso un pubblicista "acquisisce punteggio" (e mansioni) per il fatto di essere un giornalista nell'ambito di un altro lavoro. Cosa succederà nel "secondo" lavoro se non potrà più dichiarare nel proprio curriculum, ma anche in gratuatorie statali, di far parte di un Albo? Verrà declassato? Verrà licenziato? 6) Che fine faranno i soldi versati dai giornalisti pubblicisti all'INPGI? 7) Che fine faranno i soldi versati dai giornalisti pubblicisti all'Ordine dei giornalisti, anche al momento della loro iscrizione all'Albo? 8) Che fine faranno i soldi versati all'Agenzia delle Entrate, versati al momento della presentazione della domanda all'elenco dei pubblicisti? 9) Che fine faranno tutti quelle persone che in questo momento stanno completando le collaborazioni per potersi iscrivere all'elenco pubblicisti? Per loro, e per tutti coloro che attualmente collaborano come pubblicisti (con piccole, grandi o ridicole retribuzioni) a quanto ammonterà il "danno esistenziale" provocato dalla cancellazione del proprio lavoro - sogno - missione - mestiere - servizio - principio - vocazione - passione - amore - dannazione - fatica - passatempo - tutto? 10) Il prossimo anno, Freedom House a che posto della classifica sulla libertà di stampa inserirà l'Italia, attualmente giudicato come un Paese con una informazione "parzialmente libera", alla 72esima posizione insieme al Benin, Hong Kong e India? I pubblicisti attendono quindi notizie sulla prima bozza del decreto del Presidente della Repubblica per capire come saranno riformati gli Ordinamenti, da cui dipende il destino di oltre 80mila giornalisti.

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