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Elettrosmog: tribunale francese risarcisce malato di elettrosensibilità

Tablet, smartphone, wi-fi, "internet delle cose": tutte queste tecnologie funzionano grazie a delle onde elettromagnetiche (microonde) in cui siamo immersi. L'elettrosmog e l'elettrosensibilità sono due realtà connesse di cui solo una sparuta minoranza di utenti sono consapevoli. Incominciano però ad arrivare i risarcimenti per i malati di elettrosensibilità: una nuova sentenza storica a Tolosa.

L'uomo e il suo smartphone, questo è il binomio che sintetizza l'umanità del terzo millennio. Il telefonino accompagna la vita quotidiana di miliardi di uomini sulla terra ovunque e comunque. Nel 2014 si stimava che il numero di telefonini esistenti sul pianeta fossero qualcosa come 7,3 miliardi. Anche i profughi che dal Medio Oriente si mettono in marcia (o sui barconi) per arrivare in Paesi dove la rete telefonica è senz'altro migliore (ma non è detto, vedi il digital divide nostrano) sono in compagnia di un telefonino, e spesso di uno smartphone, dove possono mantenersi in contatto sempre e comunque, always online, con la propria cerchia di amici e parenti. Questo scoprire che anche i profughi sono "2.0" se da una parte "sminuisce" la loro condizione di "poveri e disperati" per alcuni, per altri diventa una riflessione su come siano le onde che uniscono l'umanità a dispetto di muri, fili spinati e stretti di mare. Per ogni smartphone acceso nel mondo difatti c'è un sistema complesso di protocolli e di celle telefoniche che, incessantemente, trasmettono e ricevono dati dal nostro "portatile" anche se non stiamo facendo niente. Per il solo fatto di essere acceso, il sistema emette e riceve onde.

Questo fatto è completamente irrilevante per la maggioranza delle persone; il fatto che delle microonde (già, della stessa "famiglia" dei forni) attraversino i nostri corpi e il nostro cranio incessantemente non pone quasi nessun quesito agli utenti. Vedere i bambini, anche quelli piccolissimi, che parlano con all'orecchio dei telefoni più grandi della loro testa è comunissimo. A niente servono neppure le trasmissioni televisive nazional popolari che hanno mostrato la penetrazione dell'irraggiamento delle onde dei telefonini all'interno della scatola cranica dei bambini. Eppure il bombardamento delle microonde sui nostri corpi si chiama elettrosmog anche se questo termine, soprattutto inizialmente, era relegato quasi fuori dalla scienza ufficiale, insieme naturalmente ai suoi effetti sugli esseri umani. Ma il tempo passa, le pressioni delle associazioni di cittadini aumentano (in Italia abbiamo la rete Rete Elettrosmog-Free Italia) e le evidenze scientifiche incominciano non solo a far diventare l'elettrosmog un'amara realtà ma anche a pagare i danni a chi è vittima di questo tipo di inquinamento elettromagnetico.

E' una notizia di fine agosto, ovviamente ignorata dai media mainstream, che una donna francese di Tolosa, Marine Richard, di 39 anni ha ottenuto da un tribunale 800 euro al mese per tre anni (rinnovabili) come risarcimento per la sua allergia alle onde elettromagnetiche dovuta dai telefonini et similia. La sindrome di cui soffre la signora Richard è l'elettrosensibilità (ES o EHS, electromagnetic hypersensitivity). Questa malattia è infatti riconosciuta dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e questa sentenza storica per i malati di elettrosensibilità, ne riafferma non solo l' "esistenza" (pur non citandola direttamente) ma soprattutto l'esigenza della prevenzione nei luoghi pubblici. La signora Richard per sopravvivere ai continui bombardamenti di tablet, telefonini, smartphone, hot spot wi-fi e tutti gli aggeggi (pardon, gadgets) che ormai fanno parte della "internet delle cose" si è dovuta rifugiare in un granaio sulle montagne del nord est della Francia dove non c'è l'elettricità.

Questa vicenda non può che far pensare all'entusiasmo tutto italiano (e profondamente provinciale) per la connessione senza fili, cercata (e installata) soprattutto nei luoghi pubblici (si pensi ai parchi, ai musei e purtroppo anche alle scuole) come segno di progresso e di civiltà. Purtroppo, anche alla luce di questa sentenza, questi luoghi "inondati" appaiono come posti dove le "nuove" tecnologie si gestiscono come nel passato, cioè all'italiana. In un luogo dove c'è una rete Wi-Fi dovrebbe innanzitutto esserci un avviso di "esistenza" dell'apparato, con un detector che mostri i volt/metro dell'intensità del campo e con controlli accurati e continui sullo stato dei trasmettitori. Ma quali sono i sintomi dell'elettrosensibilità? Di solito un malato di ES-EHS avverte stanchezza, nausea, palpitazioni, a volte sangue dal naso, eruzioni cutanee, etc. Sintomi che purtroppo sono spesso confondibili con altre patologie generiche. Non a caso proprio per questi sintomi comuni a molte altre malattie, i "detrattori" della patologia sono inorriditi dal fatto che la signora di Tolosa abbia ricevuto da un tribunale un indennizzo per elettrosensibilità.

Anche perché, diciamocelo, il mondo moderno non può assolutamente pensare di rinunciare a vedere un film quando viaggia in auto o fare a meno dei cavi quando si connette ad internet dentro casa. Immaginate un cavo ethernet che dal salotto arriva al bagno? Il fatto di essere wireless ha talmente "drogato" i consumatori che qualsiasi critica a questo modo di vivere "connessi" provoca occhiate che ti rispediscono nel 430 a.C. Eppure già in Svezia l'elettrosensibiltà è classificata come un "danno funzionale" che legittima alloggi particolari e protezioni legali, mentre in Australia hanno già stanziato dei risarcimenti a lavoratori con questa sindrome. Il fatto che la "Buona Scuola" del Governo Renzi voglia rendere obbligatorio il wi-fi in tutte le scuole italiane non può quindi che far pensare che il "principio di massima prudenza" sia l'unico modo di combattere l'elettrosmog soprattutto quando in gioco, per quattro o sei ore ci sono dei bambini nelle classi. E pensare che intorno al 430 a.C. Ippocrate diceva "se c'è amore per l'uomo, ci sarà anche amore per la scienza". La scienza che non ha amore per l'uomo è forse quella in cui siamo immersi.

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