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Mary Leakey e il mistero dell'orma di scarpa del Triassico

Mentre Mary Leakey, archeologa inglese, scoprì impronte fossili di piedi nudi, un ingegnere minerario e geologo si imbattè, qualche anno prima, nell'orma di una suola di una scarpa risalente al Triassico. Eppure per l'archeologia ufficiale il primo ominide fu l'Homo habilis di Mary Leakey.

Mary Leakey viene oggi ricordata da Google con un doodle che rappresenta una delle scoperte più importanti dell'archeologa inglese, cioè quella effettuata nel 1978 negli scavi nelle vicinanze di Laetoli (Tanzania), dove rinvenne delle file di impronte fossili lasciate da ominidi bipedi. Queste impronte fossili di ominidi bipedi furono conservate nel tempo, per poi essere trovate da Mary Leakey, nelle ceneri che si erano depositate nella zona in seguito all'eruzione del vicino vulcano Sadiman, situato a 20 km di distanza. La pioggia immediatamente successiva all'eruzione ha quindi cementato lo strato di cenere, spesso 15 cm, trasformandolo in tufo, che è stato nel tempo ricoperto da altri depositi e sedimenti che ne hanno consentito la perfetta conservazione. Le impronte fossili rinvenute da Mary Leakey sarebbero state lasciate da tre ominidi, che sembra stessero avanzando tutti nella stessa direzione alla velocità di circa 1 metro al secondo, cercando di mettere i piedi nell'orma prodotta da chi lo precedeva. Mary Leakey, insieme al marito Louis, fece però una scoperta ancor più importante.

Come raccontano Michael A. Cremo e Richard L. Thompson nel loro libro "Archeologia proibita - Storia segreta della razza umana" (Editori Newton & Compton), nel 1959 Mary Leakey si imbattè infatti nei frammenti di un giovave maschio di ominide nello Strato I della Gola di Olduvai al sito FLK (Tanzania). Mary Leakey ed il marito si accorsero che il cranio presentava una cresta saggittale, cioè una sporgenza ossea che correva per tutta la lunghezza della sommità del capo. Nonostante questo particolare facesse pensare ad un Australopithecus robustus, i coniugi Leakey crearono una nuova specie per questo ominide, battezzando la scoperta Zinjanthropus boisei (detto Zinj), pensando che questa creatura fosse il primo "vero uomo" a causa degli utensili di pietra rinvenuti nel sito archeologico. Ma sempre agli inizi degli anni '60, la famiglia Leakey scoprì, nella stessa zona, altri crani, mandibole, denti ed ossa di mani e piedi. Dopo aver fatto esaminare i crani da un esperto anatomista sudafricano, Philip Tobias, che appurò le grandi dimensioni della scatola cranica, Louis Leakey "decise di essersi ormai imbattuto nel vero fabbricatore di attrezzi del più basso livello dell'Olduvai" e quindi "il vero primo essere umano". Zinj venne quindi degradato ad un Australopithecus boisei, visto che Mary e Louis Leakey chiamarono tale nuova creatura Homo habilis, cioè capace. Louis Leakey, infatti, era convinto che gli l'Australopithecus non fossero in linea di discendenza diretta con l'uomo.

Anche se spesso la storia dell'uomo viene raccontata, e studiata, in maniera semplice e "lineare", in realtà ci si trova ancora di fronte a molti misteri archeologici irrisolti. Se infatti il ritrovamento di Mary Leakey di impronte di piedi scalzi affascina ma non stupisce, lo stesso non si può dire, per esempio, se viene rinvenuta l'orma di una suola di una scarpa vecchia tra i circa duecento ed i duecentocinquanta milioni di anni (calcolando che l'Homo habilis è vissuto invece da circa 2,4 milioni a 1,5 milioni di anni fa).

Sempre nel libro "Archeologia proibita - Storia segreta della razza umana", si racconta di come nel 1922 l'inserto del New York Sunday American, l'American Weekly, pubblicò un articolo dal titolo emblematico "Il mistero di una suola di scarpa pietrificata", a firma del dottor W.H.Ballou che scriveva: "Qualche tempo fa, mentre andava in cerca di fossili nel Nevada, John T. Reid, stimato ingegnere minerario e geologo, si fermò di colpo e rimasse a fissare stupefatto e sbigottito una pietra accanto ai suoi piedi. Infatti, una parte della roccia stessa era costituita da quella che sembrava l'impronta di un piede umano!". Ma con una scarpa. L'orma, infatti, sembra quella della suola di una scarpa che si era pietrificata. La scarpa veniva così descritta: "La parte anteriore (della scarpa, ndr) mancava. Ma era rimasto il contorno di almeno due terzi di essa, e parallela al contorno correva una ben definita cucitura che, a quanto sembrava, serviva a tenere attaccata una striscia di pelle tra la tomaia e la suola stessa. Si scorgeva poi un'altra cucitura, e al centro, dove si sarebbe dovuto appoggiare il piede, qualora l'oggetto fosse stato davvero una suola di scarpa, si vedeva un lieve incavo, proprio quello che avrebbe potuto lasciare l'usura di un calcagno sul materiale di cui era fatta la suola".

La roccia dove è stata trovata l'impronta risale al Triassico, e quindi, si conclude nell'articolo, "questo reperto è oggi per la scienza uno degli enigmi di più difficile soluzione". Lo scopritore, Reid, fece esaminare la misteriosa impronta ad esperti della Columbia University ed a professori del Museo americano di storia naturale che ammisero che l'orma "era l'imitazione più notevole di un manufatto che la natura avesse realizzato e che loro avessero mai visto". Reid porta il reperto anche ad alcuni fabbricanti di calzature che "riconobbero l'impronta come quella di una scarpa cucita a mano". Per evitare ogni dubbio, John T. Reid si avvalse anche dell'aiuto di un "chimico analista del Rockefeller Institute", le cui analisi confermaro "che la suola della scarpa si è fossilizzata nel Triassico" e che le "immagini al microscopio, a venti ingrandimenti, fanno vedere i più minuti particolari della torcitura del filo e della cucitura, dimostrando in maniera conclusiva che si tratta di una suola e non di qualcosa che le somiglia" e quindi "l'inequivocabile esempio dell'intervento della mano dell'uomo". Molto prima della sua "evoluzione" ufficiale.

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