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Giò Pomodoro: l'attacco d'arte e il suo gilet a 24 tasche

Giò Pomodoro non è Arnaldo Pomodoro, anche se sono fratelli. Il secondo infatti è nell'immaginario collettivo con le sue enormi "sfere" bronzee con all'interno i "meccanismi", mentre il secondo lo è un po' meno, ovviamente anche nel web oltre il doodle di Google. Ma Giò era un grandissimo artista, a partire da quando era bambino.

Oggi per Google è la volta di ricordare, tramite il temporaneo "restyling" del suo logotipo, cioè in un "doodle", uno dei più grandi scultori italiani del XX secolo conosciuti in tutto il mondo: Giò Pomodoro. Attenzione, sentendo "pomodoro", a parte l'istinto pavloviano legato agli spaghetti (anche nel senso del "se famo du spaghi" de La Terra dei Cachi http://is.gd/l7uyM0), non bisogna confondere Giò Pomodoro con Arnaldo Pomodoro. Giò Pomodoro infatti non è per intenderci quello delle "palle" in bronzo, quelle gigantesche opere d'arte "fuori levigate" e all'interno, quasi come se presentassero delle viscere, ricche invece di particolari quasi "frattali", per ripetizione. Quelle infatti sono opere universalmente riconosciute e ormai entrate nell'immaginario collettivo di Arnaldo Pomodoro, cioè il fratello di Giò. Giò Pomodoro nasce il 17 novembre 1930 (Google ne "celebra" oggi l'81esimo anno dalla nascita) a Orciano di Pesaro, Orciàn in gallico marchigiano, famoso un tempo anche come il paese dei cordai. Di Arnaldo, Giò è più giovane di quattro anni e per un po' i fratelli Pomodoro lavorarono insieme realizzando gioielli e partecipando alle mostre del Gruppo "Continuità". Per una breve e seria biografia di Giò Pomodoro (origine di quasi tutti i "copia e incolla" del web tricolore) è utile scaricare, in PDF, la scheda che la fondazione Arnaldo Pomodoro offre su Giò (http://is.gd/Q8XbfM). Una volta letta, trovare però delle immagini delle opere di Giò Pomodoro (di qualità accettabile) è molto difficile in rete, a testimonianza di quanto il web sia povero di contenuti che non siano "mainstream". Ci sono però alcune fonti che possono arricchire "la solita tiritera spammosa" che il doodle di Google si tira dietro ad ogni "celebrazione". Ad esempio c'è una descrizione di Giò Pomodoro da bambino, con le sue "stranezze" e i suoi primi "attacchi d'arte". Chi ancora conserva una certa umanità e la curiosità per la vita umana che sboccia, sa che osservare i giochi dei bambini (quelli veri, senza "schermetto" davanti) indicano vocazioni e inclinazioni future. Nel bel sito del Comune di Orciano di Pesaro in una sua pagina (http://is.gd/fJOmnZ) dedicata alla vita dell'artista troviamo alcuni accenni all'infanzia di Giò, all'epoca semplicemente Giorgio. "Alcuni aneddoti su Giorgio narrano di un gioco che Lui stesso aveva inventato 'El Gioc d' Giorgio' si chiamava e si svogeva così : - un giocatore a turno metteva una biglia in una scanalatura del pavimento, era quello il bersaglio fisso di tutti gli altri giocatori che ad ogni colpo andato a segno avanzavano il diritto di una biglia, ma la rivincita del giocatore di turno stava nell'opportunità di poter colpire a sua volta dalla postazione iniziale una per una le biglie degli avversari-; ma questo non è il solo racconto", si legge dal sito del Comune di Orciano di Pesaro. Ecco infatti l'aneddoto più 'strano': "Un giorno, racconta un suo amico, 'chiesi a Giorgio 5 lire per andare a comprare delle caramelle, e Lui mi rispose: - aspetta! dovrei averle nella 24esima sacoccia (tasca) del gilet -, che lui stesso aveva confezionato con alcuni ritagli di stoffa' e questa non era una battutta, Giorgio aveva davvero 24 tasche! Ecco come era Gio', un tipo davvero estroso e di compagnia" (http://is.gd/fJOmnZ). Chissà in questo odierno "Mondo Nuovo", così vicino all'incubo di Aldous Huxley, che fine avrebbe fatto un bambino che da solo si cuce 24 tasche sul gilet. Forse sarebbe stato spedito immediatamente dal medico (reo anche di aver "distrutto" un capo "di marca"), che magari gli avrebbe prescritto qualche goccia di psicofarmaco (vedi su questi argomenti giulemanidaibambini.org). Sempre ammesso che il bambino avesse trovato a casa i necessari ago e filo, tra gli iPad e i televisori di papà e mamma. Qualcuno a questo punto si potrebbe domandare: quanti Giò Pomodoro perdiamo ogni anno? Ma questa è un'altra storia. Intanto il bambino Giò Pomodoro, a cui non sono state tarpate le ali, cresciuto in campagna insieme al fratello, è cresciuto fino a diventare un gigante dell'arte astratta. L'arte di Giò Pomodoro si può poi dividere in quattro fasi, come suggerito da un' interessante intervista (in inglese) di Laura Tansini al maestro, su sculpture.org. La prima fase, quella che va dal 1953 al 1959 è quella dei "Segni in Negativo" ("Signs in the Negative"), la seconda dal 1958 al 1972 è "Superfici sotto Tensione" ("Surfaces under Tension"), la terza dal 1970 al 1980 è "Lavori in Pietra" ("Works in Stone"), mentre la quarta ed ultima è "Lavori Monumantali in Pioetra e Bronzo" ("Monumental Works in Stone and Bronze"), dal 1980 in poi. In questa rara intervista pubblicata sul web ("The Emptiness of Space: A Conversation with Gio' Pomodoro by Laura Tansini" http://is.gd/E9ywXY) Giò Pomodoro sottolinea quanto le sue opere, seppur a volte non consequenziali, siano in realtà legate l'una all'altra poiché, come afferma il maestro "Il lavoro, è il risultato di un lavoro". "Work, it is the result of work" dice Giò Pomodoro, e solamente i grandi lavoratori dell'arte, del pensiero, delle fabbriche, delle "mani", del "mondo" possono capire appieno il sapore e l'indirizzo di queste parole. Parole assolutamente "anti-crisi", se si va a vedere bene. In questa intervista Giò Pomodoro spiega con parole semplici e dirette la "grandezza dell'opera d'arte". "Ci sono sculture che misurano pochi centimetri che sono 'monumentali', e ci sono sculture che non potranno mai essere 'monumentali', nonostante quanto siano grandi", dice il maestro a Laura Tansini. Una "misura" che vale senz'altro per tutte le cose.

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