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Crisi economica: dal 2008 famiglie assolutamente povere più 78,5%

La crisi che ha investito l'Italia nel 2008 è ufficialmente la più grave nella storia nazionale dalla proclamazione del Regno d'Italia (1861). La Confcommercio rivela infatti che il numero delle famiglie assolutamente povere è cresciuto del 78,5%, mentre i "poveri assoluti" hanno superato nel 2014 i 4 milioni (+130% rispetto al 2007). E tutto dipende soprattutto "dai pesanti ritardi strutturali del sistema-Paese".

La crisi che ha investito l'Italia nel 2008 è ufficialmente la più grave nella storia nazionale dalla proclamazione del Regno d'Italia (1861). Tra il 2008 e il 2014, ad esempio, il PIL è sceso del 9% in volume, con un crollo degli investimenti di oltre il 30%, tornando sugli stessi livelli del 1996. Per le famiglie invece questa lunga recessione ha significato un calo di oltre il 10% del reddito disponibile, di circa il 7% della spesa in termini reali e del 36% del risparmio. Riguardo ai consumi invece, nei sette anni della crisi, la spesa alimentare si è contratta in quantità di oltre il 12% e gli acquisti di beni durevoli del 25% circa. Tutto ciò ha inevitabilmente causato oltre 1 milione e 800mila posti di lavoro per l'economia nel suo complesso, oltre 1 milione e 300mila dei quali nell'industria, mentre il numero di imprese registrate si è ridotto di oltre 86mila unità. Tra il 2008 e il 2014 l'Italia è diventata quindi immensamente più povera, letteralmente. Con la crisi (o meglio la guerra) economica il numero delle famiglie assolutamente povere è infatti cresciuto del 78,5%, mentre i "poveri assoluti" hanno superato nel 2014 i 4 milioni (+130% rispetto al 2007).

Non può quindi bastare il fatto che nel 2015 c'è stata una lieve ripresa. Il reddito disponibile e la spesa delle famiglie in termini reali sono cresciuti appena dell'1% circa mentre il risparmio è aumentato di circa mezzo punto percentuale. Nel 2015 PIL e investimenti in termini reali hanno avuto invece una crescita di poco inferiore all'1% mentre l'occupazione è salita di poco sopra le 190mila unità per l'intera economia, con il sistema delle imprese che è tornato a crescere ma solo di circa 14mila unità.

Ecco perché la Confcommercio, che ha presentato questi dati e fischiato il premier Matteo Renzi nel corso dell'Assemblea 2016 della Confederazione, sottolinea che questi segnali di ripresa sono "positivi ma fragili" e ciò dipende soprattutto "dai pesanti ritardi strutturali del sistema-Paese, soprattutto il deficit qualitativo del capitale umano, le carenze nelle reti dei trasporti e delle comunicazioni, l'eccesso di carico burocratico, i divari di legalità tra le diverse aree territoriali e l'eccesso di pressione fiscale su imprese e famiglie".

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