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Artrite reumatoide: cure più efficaci con il navigatore metabolomico

La nuova frontiera per la cura dell'artrite rematoide è quella di inserire le cure nella medicina delle "4p" e cioè predittiva, preventiva, personalizzata e partecipata. I ricercatori della Sapienza puntano sul "profilo metabolomico" del paziente per predire l'efficacia del farmaco e risparmiare cure che si rivelerebbero inutili. Il futuro come nella celiachia sarà seguire il paziente magari con dispositivi di tipo lab-on-a-chip.

L'artrite reumatoide è una malattia autoimmune cronica che colpisce secondo le stime tra lo 0,3 e 1,0% della popolazione mondiale. In Italia in particolare sono affette da questa patologia più di 300.000 persone di ogni età. Come spiegano il Prof. Riccardo Meliconi e la Dr.ssa Luana Mancarella della Struttura Semplice Dipartimentale di Reumatologia dell'Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna "l'artrite reumatoide è una malattia cronica che provoca dolore, tumefazione e rigidità articolare con limitazione del range del movimento e della funzione delle articolazioni interessate. Sebbene l'articolazione sia la parte dell'organismo più coinvolta, l'infiammazione può svilupparsi anche in organi interni (come polmoni, reni, cuore, sistema nervoso, vasi sanguigni, occhi)". E per quanto riguarda le cause della malattia gli specialisti spiegano ancora come "sebbene la causa della malattia sia ancora ignota, i dati delle più recenti ricerche in campo scientifico evidenziano alcuni fattori che sono importanti nell'attivazione e nel mantenimento dell'infiammazione. L'organo bersaglio principale dell'infiammazione è la membrana sinoviale, costituita da cellule che rivestono l'articolazione: tale membrana produce liquido sinoviale necessario per la lubrificazione e il nutrimento della cartilagine articolare. Le sostanze ad azione pro-infiammatoria rilasciate dalle cellule immunitarie determinano il gonfiore e il successivo danno della cartilagine e dell'osso presenti all'interno dell'articolazione".

Pochi giorni fa è stata pubblicato sul nuovo numero della rivista Plos One un articolo che porta avanti la ricerca per migliorare le terapie per questa patologia. L'articolo si intitola "H-NMR-Based Metabolomic Study for Identifying Serum Profiles Associated with the Response to Etanercept in Patients with Rheumatoid Arthritis" ed è firmata da Roberta Priori, Luca Casadei, Mariacristina Valerio, Rossana Scrivo, Guido Valesini, Cesare Manetti. Due team di ricercatori dell'Università La Sapienza di Roma, uno coordinato dall'immunologo Guido Valesini e uno del chimico Cesare Manetti, hanno affrontato la problematica con un approccio metabolomico, e cioè cercando l'impronta chimica (i metaboliti) dell'attività cellulare indotta dalla terapia farmacologica. Spiega il professor Guido Valesini, docente di Reumatologia del dipartimento di Medicina interna e specialità mediche della Sapienza: "Quello che abbiamo fatto è stato analizzare il siero di un campione di pazienti trattati con terapia biologica anti-TFN, utilizzando metodi di risonanza magnetica nucleare, e ne abbiamo derivato così il profilo metabolomico. I pazienti per i quali la cura risulta maggiormente efficace, presentano un profilo caratteristico e diverso dai cosiddetti non-responders: questo consente di predire l'efficacia del farmaco con grandissima attendibilità e quindi di risparmiare i costi di cure che si rivelerebbero inutili, in circa il 30% dei malati, nonché i rischi ingiustificati di possibili effetti collaterali. Le tracce 'chimiche' dell'attività cellulare creano una rete di profili, una vera e propria mappa sulla quale gruppi di pazienti con le stesse caratteristiche si troveranno ad essere posizionati vicini tra loro, e quelli sui quali il farmaco risulta efficace si muoveranno nella stessa direzione. Questo dato, come dicevamo, può essere ricavato mediante l'uso delle analisi di risonanza magnetica nucleare sui fluidi biologici, da fare necessariamente in laboratorio. Nel caso si riuscissero a individuare i descrittori essenziali è ipotizzabile dotare il paziente di una sorta di 'navigatore metabolomico' che permetta l'interazione anche a distanza. Infatti questa tecnologia a basso costo rivela la concentrazione dei biomarcatori e mette i dati a disposizione del medico per valutare in tempo reale la risposta alla terapia".

Questa ricerca è infatti, secondo i ricercatori della Sapienza, un ulteriore passo avanti in quella che spesso viene chiamata la medicina delle 4P, e cioè predittiva, preventiva, personalizzata e partecipata, in questo caso proprio sull'artrite reumatoide. Anche perché la disponibilità di terapie innovative ed efficaci, basate sull'uso di farmaci biotecnologici (quali i biologici anti-TNF), ha modificato grandemente negli ultimi 15 anni la qualità di vita dei malati e la loro attesa di vita. Non tutti i pazienti con artrite rispondono però in modo adeguato a queste terapie: diventa pertanto estremamente utile disporre di marcatori di risposta, cioè di biomarkers, capaci di individuare in anticipo su quali pazienti i farmaci saranno efficaci. Ed è proprio da qui che sono partiti i ricercatori della Sapienza. "Stiamo lavorando alla messa a punto di dispositivi di tipo lab-on-a-chip, con i quali indagare il profilo di risposta del singolo paziente affetto da artrite reumatoide e seguirlo durante la terapia" chiarisce Cesare Manetti del dipartimento di Chimica, "questi strumenti di tipo portatile sono già stati sviluppati in Sapienza con un team di ingegneri, per i malati di celiachia e adesso stiamo cercando di renderli disponibili per le altre patologie".

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