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Yara Gambirasio: su Facebook un post strano. I Pm cercano l'utente

Su Facebook qualche giorno fa appare un messaggio che ha allertato gli inquirenti. Un utente scrive che Yara Gambirasio era la sua migliore amica e che a Brembate tutti si conoscono "e questo ci fa ancora più paura...".

Mentre si attendono le analisi effettuate dal medico legale sul corpo e sui vestiti della piccola Yara Gambirasio, che però pare non potranno essere lette nel loro insieme prima di una novantina di giorni, le indagini dal punto di vista investigativo continuano. Dopo il ritrovamento del cadavere di Yara Gambirasio a soli 10 chilometri da Brembate di Sopra, infatti, riuscire a trovare il suo assassino diventa ancora più importante, se possibile. Il dubbio sempre più pressante è quello che chi ha compiuto l'omicidio della 13enne possa aggirarsi tranquillamente per le vie del paese, e che sia magari un'insospettabile del luogo. Naturalmente questa è solo una delle tante ipotesi al vaglio degli inquirenti, che non possono lasciare niente al caso, soprattutto quando a perdere la vita è una bambina.
L'idea che l'assassino possa celarsi dietro un volto di Brembate di Sopra diventa più forte quando compare un messaggio su Facebook, postato da una persona che scrive su un gruppo dedicato a Yara Gambirasio. "Era la mia migliore amica" scrive prima di tutto l'utente su Facebook. Poi, pare rispondendo ad un post di una mamma che invita le ragazze a non dare confidenza a nessuno quando escono e di rimanere sempre unite durante gli spostamenti, l'utente scrive: "Qui ci conosciamo tutti....e tutti conoscono noi...Brembate come Gorle è un piccolo paesino...e questo ci fa ancora più paura..." (Gorle è un comune del bergamasco, probabilmente la mamma parlava riferendosi a quel paese, ndr). Una frase che ha immediatamente suscitato scalpore sia su Facebook, sia in rete, tanto che i magistrati che si occupano dell'indagine di Yara Gambirasio pare che abbiano chiesto a Facebook di fornire i dati relativi all'utente, in maniera tale da poterla rintracciare e interrogare. Facebook, che ha sede a Palo Alto in California, non dovrebbe teoricamente negargli tale autorizzazione. Naturalmente gli inquirenti cercano l'utente per capire se le parole che ha scritto su Facebook sono sono un semplice sfogo o se magari sia in grado di fornire loro indizi utili al caso.

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