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Wikipedia contro DDL intercettazioni. Ma nel comma 29 c'è di peggio

Wikipedia si autocensura, per protesta, contro la cosiddetta "legge bavaglio" e la norma "ammazza blog", che rischia di paralizzare internet e la libertà di espressione sul web. Ma il comma 29 del DDL intercettazioni riserva anche un'altra amara sorpresa.

Anche se il PD promette che metterà "in atto tutte le azioni di contrasto parlamentare" possibili, come afferma il capogruppo PD alla Camera, Dario Franceschini, l'esame sul DDL intercettazioni riprenderà oggi alla Camera, prima votando le questioni pregiudiziali e in seguito gli emendamenti. Il Partito Democratico pare che ne abbia presentati più di 400 per rallentare i lavori, mentre è bastato quello di Enrico Costa, capogruppo del Pdl in Commissione Giustizia, a scatenare una nuova ondata di indignazione. Costa infatti propone il divieto di pubblicare intercettazioni fino alla cosiddetta "udienza-filtro". Per capire cos'è una udienza filtro in molti probabilmente saranno andati a cercare il significato su internet, e la maggior parte di questi avrà cliccato sulla pagina corrispondente di Wikipedia. L' "enciclopedia libera" della Rete, però, questa volta ha rimandato l'utente su una pagina dove viene spiegato chiaramente che "Wikipedia in lingua italiana rischia di non poter più continuare a fornire quel servizio" poiché "i pilastri di questo progetto rischiano di essere fortemente compromessi dal comma 29 del cosiddetto DDL intercettazioni". Un paradosso degno dei libri di Philip K. Dick o Robert Sheckley. Come aveva infatti anticipato Mainfatti.it (http://is.gd/FFZTiP), la cosiddetta norma "ammazza blog", inserita all'interno del DDL intercettazioni (dai più ormai conosciuta come "legge bavaglio") rischia infatti di andare a colpire tutti i "siti informatici", compresa appunto Wikipedia. La norma in questione, inserita al comma 29 (http://is.gd/gngUbs), prevede infatti, come riassume la stessa Wikipedia "l'obbligo per tutti i siti web di pubblicare, entro 48 ore dalla richiesta e senza alcun commento, una rettifica su qualsiasi contenuto che il richiedente giudichi lesivo della propria immagine", specificando che "purtroppo, la valutazione della "lesività" di detti contenuti non viene rimessa a un Giudice terzo e imparziale, ma unicamente all'opinione del soggetto che si presume danneggiato". "L'obbligo di pubblicare fra i nostri contenuti le smentite previste dal comma 29 - spiega ancora - senza poter addirittura entrare nel merito delle stesse e a prescindere da qualsiasi verifica, costituisce per Wikipedia una inaccettabile limitazione della propria libertà e indipendenza: tale limitazione snatura i principi alla base dell'Enciclopedia libera e ne paralizza la modalità orizzontale di accesso e contributo, ponendo di fatto fine alla sua esistenza come l'abbiamo conosciuta fino a oggi". E questo perché, si legge ancora sulla pagina di protesta "in base al comma 29, chiunque si sentirà offeso da un contenuto presente su un blog, su una testata giornalistica on-line e, molto probabilmente, anche qui su Wikipedia, potrà arrogarsi il diritto, indipendentemente dalla veridicità delle informazioni ritenute offensive, di chiederne non solo la rimozione, ma anche la sostituzione con una sua 'rettifica', volta a contraddire e smentire detti contenuti, anche a dispetto delle fonti presenti". La fine, quindi, del "diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione", come stabilisce l'articolo 21 della nostra Costituzione. Ma purtroppo, non è solo la norma che imporrà l'obbligo di rettifica "senza commento" per tutti i siti informatici a minare la libertà di stampa e di espressione. Sempre nel comma 29 del DDL intercettazioni, al paragrafo "C", vi è una norma che ad opinione di molti esperti appare ancora più liberticida. Questa infatti stabilisce che "Per la stampa non periodica l'autore dello scritto, ovvero i soggetti di cui all'articolo 57-bis del codice penale, provvedono, su richiesta della persona offesa, alla pubblicazione, a proprie cura e spese su non più di due quotidiani a tiratura nazionale indicati dalla stessa, delle dichiarazioni o delle rettifiche dei soggetti di cui siano state pubblicate immagini o ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro reputazione o contrari a verità, purché le dichiarazioni o le rettifiche non abbiano contenuto di rilievo penale. La pubblicazione in rettifica deve essere effettuata, entro sette giorni dalla richiesta, con idonea collocazione e caratteristica grafica e deve inoltre fare chiaro riferimento allo scritto che l'ha determinata". Ciò sembra lasciar intendere che tutta la stampa non periodica (quindi tranne le testate giornalistiche), e presuminilmente anche quelle su internet, sarà obbligata a COMPRARE "su non più di due quotidiani a tiratura nazionale" uno spazio per "delle dichiarazioni o delle rettifiche" della persona che si sarà sentita offesa da uno scritto, entro sette giorni. Il quotidiano, naturalmente, lo sceglie la persona offesa, e questo potrebbe voler dire che magari l'autore di uno scritto apparso o su un blog che fa una manciata di accessi al giorno o su un volantino che annuncia una manifestazione di piazza (solo per fare qualche esempio) sarebbe costretto ad acquistare a proprie spese uno spazio per la rettifica magari su "La Repubblica" o sul "Corriere della Sera". E non tutti hanno le disponibilità finanziarie di Diego Della Valle. L'Italia dimostra sempre più come sia inutile sognare un web 2.0 quando si vive in una realtà che rischia di superare gli anni bui di una storia che non sembra sia stata lasciata alle spalle, visto che leggi che vanno in questa direzione, si mormora ormai da Twitter a Facebook, rischiano di minare la vita democratica del Paese.

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