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Corte UE: direttiva su conservazione dati telefonate e internet invalida

Una sentenza della Corte di giustizia europea dichiara invalida la direttiva del 2006 che permette ai fornitori di servizi di conservare i dati relativi alle telefonate (sia di rete fissa che mobile) e alla navigazione internet per poterli poi trasmettere immediatamente alle autorità competenti ad ogni loro richiesta. Per la Corte UE la direttiva ha "ecceduto i limiti imposti dal rispetto del principio di proporzionalità".

Una sentenza della Corte di giustizia europea dichiara invalida la direttiva 2006/24/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 15 marzo 2006, riguardante la conservazione di dati generati o trattati nell'ambito della fornitura di servizi di comunicazione elettronica accessibili al pubblico o di reti pubbliche di comunicazione. La direttiva, cioè, che permette ai fornitori di servizi di conservare i dati relativi alle telefonate (sia di rete fissa che mobile) e alla navigazione internet per poterli poi trasmettere immediatamente alle autorità competenti ad ogni loro richiesta. La Corte di giustizia UE evidenzia che con questa direttiva i dati da conservare consentono, in particolare, 1) di sapere con quale persona e con quale mezzo un abbonato o un utente registrato ha comunicato, 2) di determinare il momento della comunicazione nonché il luogo da cui ha avuto origine e 3) di conoscere la frequenza delle comunicazioni dell'abbonato o dell'utente registrato con determinate persone in uno specifico periodo. La Corte UE sottolinea quindi che "tali dati, considerati congiuntamente, possono fornire indicazioni assai precise sulla vita privata dei soggetti i cui dati sono conservati, come le abitudini quotidiane, i luoghi di soggiorno permanente o temporaneo, gli spostamenti giornalieri o di diversa frequenza, le attività svolte, le relazioni sociali e gli ambienti sociali frequentati". Per questo motivo, la Corte di giustizia europea "ritiene che la direttiva, imponendo la conservazione di tali dati e consentendovi l'accesso alle autorità nazionali competenti, si ingerisca in modo particolarmente grave nei i diritti fondamentali al rispetto della vita privata e alla protezione dei dati di carattere personale. - precisando - Inoltre, il fatto che la conservazione ed il successivo utilizzo dei dati avvengano senza che l'abbonato o l'utente registrato ne siano informati può ingenerare negli interessati la sensazione che la loro vita privata sia oggetto di costante sorveglianza". Applicando tale direttiva, spiega la Corte, il legislatore dell'Unione europea ha quindi "ecceduto i limiti imposti dal rispetto del principio di proporzionalità" poiché "l'ingerenza vasta e particolarmente grave di tale direttiva nei diritti fondamentali in parola non è sufficientemente regolamentata in modo da essere effettivamente limitata allo stretto necessario", vale a dire la lotta alla criminalità grave e alla pubblica sicurezza.

La Corte europea chiarisce infatti che "in primo luogo, la direttiva trova applicazione generalizzata all'insieme degli individui, dei mezzi di comunicazione elettronica e dei dati relativi al traffico, senza che venga operata alcuna differenziazione, limitazione o eccezione in ragione dell'obiettivo della lotta contro i reati gravi" mentre "in secondo luogo, la direttiva non prevede alcun criterio oggettivo che consenta di garantire che le autorità nazionali competenti abbiano accesso ai dati e possano utilizzarli solamente per prevenire, accertare e perseguire penalmente reati che possano essere considerati, tenuto conto della portata e della gravità dell'ingerenza nei diritti fondamentali summenzionati, sufficientemente gravi da giustificare una simile ingerenza". La Corte europea evidenzia inoltre come "l'accesso ai dati, in particolare, non è subordinato al previo controllo di un giudice o di un ente amministrativo indipendente", e critica anche il fatto che la direttiva impone la durata della conservazione dei dati da un minimo di 6 mesi ad un massimo di 2 anni, senza però "operare distinzioni tra le categorie di dati a seconda delle persone" e senza precisare "i criteri oggettivi in base ai quali la durata della conservazione deve essere determinata interessate o dell'eventuale utilità dei dati rispetto all'obiettivo perseguito". La Corte constata peraltro che "la direttiva non prevede garanzie sufficienti ad assicurare una protezione efficace dei dati contro i rischi di abusi e contro qualsiasi accesso e utilizzo illeciti dei dati". Infine, ma non meno importante, la Corte "censura il fatto che la direttiva non impone che i dati siano conservati sul territorio dell'Unione europea".

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