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Perché CGIL di Camusso dice no a riforma lavoro e modifica articolo 18

La parola sulla riforma del lavoro spetterà al Parlamento perché la CGIL rifiuta la proposta presentata dal governo Monti. Ma perché Susanna Camusso dice no? Principalmente perché, spiega il governo non dedica la stessa attenzione che ha verso il mercato "alla coesione sociale del Paese e alle condizioni dei lavoratori".

Confindustria, piccole e medie imprese, Cisl e Uil si trovano tutti d'accordo sulla proposta di riforma del mercato del lavoro presentata dal governo Monti. Tutti tranne la CGIL di Susanna Camusso. Anche se il "verbale", come lo chiama Mario Monti, sul provvedimento verrà stilato solo giovedì 22 marzo, il premier annuncia già che per "il governo la questione è chiusa" perché, spiega, l'esecutivo da lui guidato non riflette "una cultura consociativa che in un passato mediamente lontano ha tante volte ritenuto che la cosa più importante fosse che il governo favorisse l'accordo con le parti sociali". Mario Monti precisa quindi che "l'interlocutore essenziale del governo è il Parlamento", a cui spetterà di varare quindi la riforma del lavoro. Una "patata bollente" che molti partiti avrebbero volentieri lasciato in mano all'esecutivo, per evitare di assumere posizioni "imbarazzanti" davanti agli occhi del proprio elettorato, tanto che Pier Luigi Bersani, segretario del PD, sperava che il governo riuscisse a "colmare le distanze" e "trovare possibili punti di caduta". La distanza, però, non è stata colmata, e il perché lo spiega chiaramente Susanna Camusso, segretario della CGIL, nel corso della conferenza stampa al termine del vertice con Mario Monti ed Elsa Fornero.
"Noi abbiamo detto no all'ipotesi che il governo ha fatto per alcune ragioni - spiega la Camusso - la prima della quale è che avendo costruito una norma che sui licenziamenti soggettivi, ovvero quelli che comunemente sono chiamati disciplinari, non prevede il reintegro in caso di nullità del licenziamento stesso, in realtà si fa venir meno l'effetto deterrente che ha l'articolo 18 rispetto ai comportamenti di liceità dei licenziamenti. Il fatto che poi ci sia anche una possibilità di far capo ai contratti dal punto di vista delle normative non toglie che la funzione deterrente dell'articolo 18 viene così profondamente annullata.
In secondo luogo, rispetto ai licenziamenti economici anche in caso di nullità la proposta del governo non prevede il reintegro dei lavoratori, e anche qui siamo di fronte ad un venir meno alla ragion d'essere dell'articolo 18.
Credo che sia evidente a tutti che sia una proposta talmente squilibrata, peraltro una proposta molto lontana da tutti i suggerimenti che sono stati dati in una prima stagione unitariamente, poi dalla CGIL nella giornata di oggi.
Devo anche far notare che è l'unico punto di una lunga discussione con un lungo ordine del giorno su cui il governo non ha mai accettato di fare nessuno spostamento, anche qui a riprova che forse quello era esattamente il problema.
Infine vorrei dire che l'unico tema sul quale tutto il mondo si era trovato d'accordo, e cioè che semmai il problema erano i tempi della giustizia, della celerità del giudizio, per non far aspettare le imprese un lungo tempo, ebbene questo tema è collocato nella riforma della giustizia...immagino che avrà tempi rapidi ed efficaci, e che quindi darà una risposta da questo punto di vista.
Noi avevamo detto da lungo tempo che temevamo che in realtà l'opinione del governo fosse un'opinione di risolvere le molte questioni che ci sono attraverso l'idea dei licenziamenti facili, e purtroppo stasera abbiamo avuto la dimostrazione che questo è esattamente il terreno percorso.
Premesso che a quest'ora non abbiamo in mano un testo che sia uno e quindi continuiamo ad andare avanti e indietro per ipotesi differenti che vengono variamente contraddette a seconda delle riunioni, vorremmo anche dire che sull'insieme della riforma, per come è costruita, ci pare sia venuta meno l'universalità degli ammortizzatori avendo il governo escluso una gran parte del sistema delle imprese: escluso tutte le imprese sotto i 15 dipendenti dalla cassa integrazione ordinaria, così che ci pare che ben poco universale sia un sistema che esclude tutte le forme para subordinate all'accesso all'indennità di disoccupazione, così come è stata riformulata.
Qualche elemento positivo l'abbiamo visto al tema delle riforme d'ingresso come vengono chiamate, ovvero della precarietà, nel senso che qui possiamo dire che c'è una inversione di tendenza rispetto a 10 anni di legislazione a costruire forme precarie, ma credo che nessuno possa dire alla fine di questo lavoro che siamo di fronte alla cancellazione della precarietà, o per dirla con il termine che usa sempre la ministra della 'flessibilità cattiva'. Si è fatto un primo passo ma siamo ben lontani dalla soluzione.
Tutto questo ci porta a dire che tutte le volte che il governo ha preso dei provvedimenti, che questo governo ha preso dei provvedimenti, dalla manovra finanziaria al decreto sulle liberalizzazioni (---FINI) a questa ipotesi (di riforma del mercato del lavoro, ndr) gli unici che subiscono dirette conseguenze di quei provvedimenti sono i lavoratori.
Nella finanziaria con le pensioni, i cui problemi peraltro non sono affrontati dentro il mercato del lavoro, e quindi abbiamo molte questioni aperte che temiamo si scaricheranno in ulteriore disoccupazione, in particolare non avendo più strumenti di accompagnamento alla pensione".
Una affermazione che potrebbe destare non poche preoccupazioni ai pensionati di oggi e di domani, visto che nei giorni successivi l'annuncio della riforma del sistema previdenziale Elsa Fornero, ministro del Lavoro, precisava che questa "punta tutto, e fallirà se non sarà così, su un nuovo mercato del lavoro che funziona bene, che dà occupazione ad un maggior numero di persone" (http://is.gd/dFIdab).
Susanna Camusso continua ricordando quindi che anche sulle liberalizzazioni le aspettative sono state disilluse perché "dopo tanti annunci si è tradotta in accise, apertura dei negozi, abolizione del contratto delle ferrovie e assenza del riferimento retributivo minimo per i tirocini, e non dico tutte le altre cose che erano state annunciate e che sono man mano sparite dal provvedimento stesso - precisando - Il tratto che per volontà del governo caratterizza la riforma sul mercato del lavoro è quello dei licenziamenti. Mi pare quindi che sia assolutamente evidente che quell'attenzione che il governo dedica al mercato non ha un'altrettanta attenzione alla coesione sociale del Paese e alle condizioni dei lavoratori, e questo squilibrio è nel provvedimento e nell'insieme delle modalità con cui si manifesta".
Ma se come afferma Susanna Camusso le "dirette conseguenze" dei provvedimenti adottati dal governo ricadono solo sui lavoratori e che l'esecutivo guarda un po' troppo al "mercato" e un po' troppo poco "alla coesione sociale del Paese e alle condizioni dei lavoratori", in molti quindi forse si domanderanno come mai l'invito del Capo dello Stato Giorgio Napolitano a "far prevalere l'interesse generale su qualsiasi interesse e calcolo particolare" è stato rivolto solo alle "parti sociali", tanto che a qualcuno potrebbe essere sembrato un voler lasciar intendere di ritenere "giusta" solo la visione del governo e poco "responsabile" quella di chi non la condivide.
La Camusso sottolinea nel corso della conferenza stampa che in realtà "il senso di responsabilità non è mai di qualcuno" e che "il senso di responsabilità sarebbe stato quello di costruire una soluzione condivisa sui temi della riforma del mercato del lavoro". Per tutta risposta il premier Mario Monti ribadisce che invece il governo non cerca il consenso delle (altre) parti "ad ogni costo".
La numero uno di Corso Italia annuncia quindi che oggi (mercoledì 21 marzo) "la CGIL riunirà il suo direttivo e deciderà come accompagnare una stagione che dovrà vedere comunque il dibattito parlamentare rispetto al quale faremo tutte le necessarie proposte affinché si torni indietro da questa scelta, e deciderà come essere la testa di un movimento che ripropone il tema del lavoro come tema centrale di questo Paese" perché "il movimento sindacale non ha che uno strumento per far valere le proprie ragioni, che sono quelle della trattativa, delle proposte e della mobilitazione per sostenerle. Stiamo nella stagione che dobbiamo decidere la mobilitazione, sennò non ci sarebbe mai la possibilità di cambiare le condizioni" e quindi, conclude Susanna Camusso, "bisognerà sostenere chi in Parlamento proverà a modificare la proposta del governo, per fargli sentire che c'è un Paese che la vuole cambiare".

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