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Articolo 18: Camusso nega vertice con Monti. Chi vuol forzare la mano?

Susanna Camusso del CGIL nega di aver mai incontrato segretamente il premier Mario Monti per trovare un accordo sulla riforma del mercato del lavoro e più precisamente sull'articolo 18, come afferma invece La Repubblica. Un accordo, che se fosse vero, non solo penalizzerebbe le nuove generazioni ma non pare passa risolvere nemmeno il precariato, che rimarrebbe "mascherato".

La riforma del lavoro è sempre di più al centro del dibattito politico, quel poco almeno rimasto acceso dopo l'ingresso al governo di Mario Monti. Il premier ricorda che lui è i suoi tecnici sono "qui per fare le cose" altrimenti sarebbero rimasti ai loro posti. Tra le "cose" da fare la riforma del sistema previdenziale, approvata nonostante le lacrime (ribattezzate da molti "da coccodrillo") di Elsa Fornero (http://is.gd/AcEDqx), le famose liberalizzazioni e ora, appunto, la riforma del mercato del lavoro. La posizione di Mario Monti è ormai nota, non solo grazie alla sua battuta sul posto fisso "monotono" (http://is.gd/zoowsY) ma anche per il fatto di aver espresso, più di una volta, l'idea che "per come viene applicato in Italia l'articolo 18 sconsiglia l'arrivo di capitali stranieri e anche di capitali italiani". Il nodo principale da sciogliere è infatti come affrontare la rivisitazione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, quello che non permette di licenziare senza giusta causa nelle imprese con più di 15 dipendenti.
E' ormai chiaro infatti che per il governo Monti, anche dopo le ancor più infelici battute del ministro degli Interni Anna Maria Cancellieri sul fatto che "noi italiani siamo fermi al posto fisso nella stessa città di fianco a mamma e papà", l'intera questione della riforma del lavoro ruota principalmente intorno alla cancellazione o meno di un diritto attenuto dopo dure battaglie sindacali.
CGIL, CISL e UIL, apparentemente, si dicono contrari a metter mano all'articolo 18, nonostante per Mario Monti come per Elsa Fornero questo continua a non essere né un "tabù" né un "totem", per usare rispettivamente delle loro espressioni.
Un tema delicato, anche per i partiti, nonostante tendano a rimanere seduti sui loro scranni parlamentari ad osservare come cambia l'Italia, per poi ricandidarsi tra poco più di una anno.
In aiuto del governo Monti sembra giungere anche Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica, che da Helsinki spiega di non aver motivo per ritenere che i partiti politici stiano "per rovesciare il tavolo" per bloccare le riforme portate avanti dall'esecutivo, in particolare quella sul lavoro.
Napolitano confida inoltre sul fatto che non ci sia "una protesta, seppur ordinata e legittima" sul tema, augurandosi quindi che tra sindacati e governo si raggiunga un accordo.
Ma chi farà principalmente le spese di questo eventuale compromesso? La risposta sembra ovvia, è cioè quella gioventù bruciata dalla classe politica gerontocrate che siede in Parlamento così come ai vertici del mondo imprenditoriale e industriale.
A tracciare la linea di una possibile intesa tra sindacati e governo è il Presidente della Camera Gianfranco Fini, che afferma come "l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non si tocca per chi ha un contratto - domandandosi - ma per i nuovi assunti? Credo che questa sia una questione che meriti di essere discussa per mettere in movimento la macchina italiana".
L'indiscrezione riportata da La Repubblica (http://is.gd/oEis4U) riguardo un presunto incontro segreto tra Mario Monti e la leader della CGIL Susanna Camusso, dove si sarebbe raggiunto un accordo sull'articolo 18, sembra infatti andare in questa direzione.
Susanna Camusso e Palazzo Chigi smentiscono tale vertice (http://is.gd/QCGK92), mentre La Repubblica "ribadisce comunque la sua ricostruzione, sottolineando di aver appreso la notizia dell'incontro e dei suoi contenuti da fonte certa" (http://is.gd/WZTPaS).
Ma quale sarebbe questo presunto accordo trovato tra le numero uno della CGIL, le cui "posizioni sull'articolo 18 sono note e stranote" come si sottolinea su Facebook? Secondo la ricostruzione de La Repubblica, la Camusso avrebbe accettato "la 'sospensione temporanea' dell'articolo 18 per alcune categorie di lavoratori", e cioè il precario avrebbe la possibilità di essere "stabilizzato" se accetterà "una prima fase in cui per tre o quattro anni non è vietato interrompere il rapporto". Una soluzione che, se è veramente sul tavolo del governo, appare però del tutto incostituzionale, visto che si andrebbe a creare disparità di trattamento e di diritti all'interno di un'unica categoria di lavoratori, quella cosiddetta "stabile".
In aggiunta, secondo La Repubblica, la CGIL sarebbe inoltre d'accordo ad accettare una "convenienza fiscale e previdenziale al datore che 'stabilizza' il dipendente". Una proposta che non sembra quindi andare a risolvere il problema del precariato, visto che un datore di lavoro probabilmente dopo i "tre o quattro anni in cui non è vietato interrompere il rapporto" licenzierà il "finto" dipendente senza preoccuparsi di una possibile causa di lavoro per assumere (sempre temporaneamente) un altro precario, visto che il governo lo andrebbe ad incentivare con sgravi fiscali e previdenziali.
La CGIL, comunque, assicura che "la notizia data da Repubblica di un incontro segreto tra Camusso e Monti è assolutamente infondata. E' anzi una grave invenzione - affermando - Sembra quasi che qualcuno voglia far saltare il confronto. Con Repubblica si ripetono ormai gli incidenti ma perché scendere a queste bassezze e dire il falso?".
Su Facebook la CGIL di Susanna Camusso precisa poi: "Prima due fondi di Scalfari. Oggi una notizia assolutamente falsa in apertura - domandando - Ma chi vuole forzare la mano?".
Il sindacato di Corso Italia quindi rilancia: "Noi, la CGIL, non subiremo pressioni improprie. Il Paese attraversa un momento molto difficile, così come il compito di Monti lo è. Ma non diremo sì a tutti i provvedimenti a prescindere dalle nostre idee. E anzi arrivato il momento di imporre la crescita in Italia e cambiare le politiche in Europa. Monti è d'accordo?".
La vexata quaestio è in realtà in che modo si voglia affrontare la "crescita" e il cambiamento delle politiche europee.

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