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Steve Jobs portava una "barba alla Fidel Castro" prima del Vonrosen

C'era una volta Steve Jobs, quello senza maglioncino nero e jeans d'ordinanza, a cui non "permettevano di salire sui minibus o sugli aerei" per quanto appariva sciatto. Era il "primo" Jobs, quello che, dopo aver realizzato il Macintosh spiegava: "Siamo artisti, non ingegneri".

Steve Jobs ha vissuto almeno due vite. O almeno due filoni principali della sua vita. Quello più conosciuto, quello idolatrato da critica e pubblico, quello che proprio in queste ore si piange (e si scrive), è soprattutto il Jobs della "seconda parte", lo Steve Jobs in jeans e maglioncino girocollo nero, quello che non aveva più dei fan ma dei veri e propri "maniaci" che, oltre a comprare ogni suo prodotto (e ad essere fidelizzati come dei "religiosi" della Mela), davano la caccia anche al suo look (ad esempio il maglioncino nero era di marca Vonrosen, di cashmere, come scrive la stessa azienda tedesca http://is.gd/Sl17Pm). Ma c'era un tempo in cui Steve Jobs, nella "prima parte" della sua vita, "aveva quella che tutti descrivevano come 'una barba alla Fidel Castro', spesso camminava scalzo e aveva un interesse tutto californiano per la filosofia orientale e la cucina vegetariana", come si legge dalle pagine di un libro dove non si racconta "la storia 'ufficiale' dell'informatica" ma quella degli uomini (per di più ragazzi, e misconosciuti al grande pubblico che bofonchia di "apps") che portarono l'informatica fuori dai laboratori universitari e soprattutto militari. Si tratta di "Hackers" di Steven Levy, sottotitolo "gli eroi della rivoluzione informatica" ed. Shake. E Steven Jobs, nella sua "prima parte" della vita, era uno di questi eroi, insieme all'altro amico Steve "Woz" Wozniak, tanto che Apple era sinonimo dei "two Steves" (is.gd/GOF7rF), e la stessa Apple pubblicava annunci che "dicevano persino 'la nostra filosofia è fornire software per le nostre macchine gratuitamente o a un costo minimo" (op.cit., sec. ed. p.257). In quel periodo Steve Jobs, come racconta Chris Espinosa, uno dei primi dipendenti di Apple (il numero 8), appariva talmente sciatto che "non gli permettevano di salire sui minibus o sugli aerei, tanto meno di circolare nei corridoi del potere delle industrie dei semiconduttori" (op.cit., sec. ed. p.261). Come racconta sempre Espinosa dalla pagine del libro di Steven Levy, quando si lavorava ancora nel garage dei genitori di Jobs: "Si faceva vedere un po', di tanto in tanto, per vedere cosa stessimo facendo e dandoci indicazioni, ma non progettava niente". E aggiunge: "Dava giudizi, che era poi il suo maggior talento: sulle tastiere, sul design della scatola, sul logo, su quali parti comprare, sulla progettazione delle schede, sulla connessione delle parti, i venditori da selezionare...sul metodo d'assemblaggio, quello di distribuzione, insomma su ogni cosa" (op.cit., sec. ed. p.262). Questo era in sintesi il primo Jobs, il "guru" nel garage, quello che, uscito dall'immersione della realizzazione del primo Macintosh, spiegò il segreto della riuscita di un progetto rivoluzionario in questa maniera: "Siamo artisti, non ingegneri". Questa fu la frase che colpì un' intera generazione di nuovi hacker. Il resto è iQualcosa.

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