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Stefano Cucchi "torturato come Giulio Regeni". Ma in Italia reato ancora non c'è

Stefano Cucchi fu "torturato come Giulio Regeni" dichiara il procuratore generale nel corso della requisitoria nell'ambito del processo di Appello bis sul caso. Se quindi l'Italia non vuole essere totalmente ipocrita, come chiede giustamente verità per Giulio Regeni dovrebbe chiederla, e a gran voce, anche per Stefano Cucchi. e soprattutto introdurre il reato di tortura come ci chiede l'ONU dal 2010.

Finalmente qualcuno ha avuto il coraggio di dire quello che molti pensano da mesi e cioè che Stefano Cucchi "è stato vittima di tortura come Giulio Regeni", come riferisce Ilaria, la sorella del geometra romano morto ad una settimana dall'arresto, riportando su Facebook le parole del procuratore generale pronunciate nel corso della requisitoria nell'ambito del processo di Appello bis sul caso.

Se quindi l'Italia non vuole essere totalmente ipocrita, come chiede giustamente verità per Giulio Regeni dovrebbe chiederla, e a gran voce, anche per Stefano Cucchi, per le altre vittime morte in circostanze analoghe e anche ovviamente per quegli attivisti che dormivano nella scuola Diaz durante il G8 di Genova del 2001. Nel 2015 infatti fu la Corte europea dei diritti dell'uomo a sentenziare che quelle aggressioni furono "tortura" evidenziando anche che "gli agenti di polizia (..) non sono mai stati identificati".

E mentre governo e Parlamento si indignano per l'atroce morte di Giulio Regeni, richiamando pomposamente l'ambasciatore dall'Egitto, l'Italia ancora non introduce nel nostro ordinamento penale il reato di tortura anche se l'ONU chiese di farlo già nel 2010. Attualmente, invece, "il diritto penale italiano è inadeguato ed è privo di disincentivi atti a prevenire efficacemente il ripetersi di possibili violenze da parte della polizia" stabilisce invece la Corte di Strasburgo che invita quindi lo Stato italiano a "mettere in atto un quadro giuridico appropriato, anche attraverso disposizioni penali maggiormente efficaci".

Il procuratore generale Eugenio Rubolino ha quindi chiesto cinque condanne a 4 anni di reclusione per il primario dell'Ospedale Sandro Pertini di Roma e di 3 anni e 6 mesi per i medici, spiegando ai giudici che dovranno emettere sentenza: "Io non vorrei che Stefano Cucchi morisse per la terza volta: una prima volta lo hanno ucciso servitori dello Stato in divisa, si tratta solo di stabilirne il colore, la seconda volta lo hanno ucciso servitori dello Stato in camice bianco". I cinque medici dopo la condanna in primo grado, erano stati assolti in secondo. Giudizio, quest'ultimo, annullato dalla Cassazione e dunque tornato in aula davanti alla Corte d'Assise d'Appello.

Il pg ricorda quindi: "Già all'ingresso al Pertini sono state riportate circostanze chiaramente false sulla cartella clinica di Cucchi: era un bradicardico patologico, con 40 battiti cardiaci al minuto (rispetto ai 60 fisiologici) eppure i medici non gli hanno mai preso il polso. - affermando quindi - Presentava una frattura alla vertebra sacrale per il pestaggio avvenuto nelle fasi successive all'arresto. Aveva un trauma sopraccigliare con scorrimento del sangue, per migrazione, sotto gli occhi, aveva un forte dolore fisico in conseguenza di quell'aggressione, eppure al Pertini gli è stato solo somministrato un antidolorifico che ha contribuito a rallentare il cuore, muscolo già indebolito perchè non irrorato. L'apparato muscolare nel suo complesso, in quella cartella clinica fasulla, venne definito tonico e trofico ma il paziente non aveva neppure i glutei per poter avere una iniezione".

Il procuratore generale dichiara quindi che Stefano Cucchi è morto, il 22 ottobre del 2009, "dopo cinque giorni di vera agonia", concludendo: "Cucchi non doveva stare in quel reparto perché non era stabilizzato. Eppure si è fatto in modo che venisse ricoverato lì, in quella struttura protetta lontana da occhi e orecchi indiscreti".

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