le notizie che fanno testo, dal 2010

Skype risponde a Garante Privacy, ma account "resta archiviato"

Il Garante della Privacy riceve la risposta da Skype in merito ad un utente che lamentava l'impossibilità di eliminare definitivamente il proprio account. La società spiega però che "spiegato che l'account non viene definitivamente cancellato o distrutto e che il relativo username resta archiviato all'interno dei suoi sistemi". Il Garante italiano "intende portare in sede europea la questione dell'ulteriore conservazione dei dati".

Il Garante della Privacy italiano ha un difficile compito da svolgere. Un compito che sarà sempre più arduo in futuro dato che la privacy in Italia non è più "di casa". O quantomeno "in housing". In altre parole, nella maggioranza dei casi, i dati personali degli utenti italiani, per quanto riguarda l'uso dei servizi mainstream ed ubiqui, quelli che rappresentano il web quotidiano di "praticamente tutti", non "risiedono" e non vengono "trattati" nel nostro Paese. Pochi servizi online difatti possono essere considerati non di proprietà di una multinazionale che ha sede in un Paese estero. Anzi, per la verità, con la tecnologia "cloud", i dati, fisicamente, non si sa neppure più dove risiedano, facendo apparire le nuvole come dei "paradisi fiscali" dove le banche dati si "incrociano" e se la spassano. Per questo va dato il giusto merito al piglio coraggioso di Antonello Soro, Garante per la Protezione dei Dati Personali italiano che ha scritto a Skype (ora Microsoft) alla fine del 2012 per sincerarsi sull' impossibilità di eliminare definitivamente il proprio account da parte di un utente , come spiegavamo in un nostro precedente articolo. Il Garante della Privacy pochi giorni fa ha ricevuto risposta dalla società VoIP (che ha sede in Lussemburgo), spiegando come l'effetto della sua lettera: "Skype migliorerà le procedure per consentire agli utenti di chiudere il proprio account e integrerà le informazioni per venire incontro alle loro esigenze". La nota del Garante ricorda infatti che "pur non essendo stabilita sul nostro territorio, Skype ha tuttavia deciso di dare riscontro all'Autorità italiana fornendo nel contempo alcune informazioni utili per capire le procedure adottate per dar seguito alle richieste degli utenti". Il Garante per la Protezione dei Dati Personali spiega in poche righe la vicenda: "Skype ha ammesso che le indicazioni contenute nelle 'domande più frequenti' (Faq), secondo cui 'una volta creato, non è possibile eliminare un account Skype', non informano in maniera adeguata gli utenti. Esse d'ora in poi verranno dunque modificate per spiegare chiaramente che si potrà comunque bloccare in via permanente il proprio account rivolgendosi al servizio di supporto tecnico clienti, il quale provvederà a deindicizzare lo username dell'utente dalle pagine pubbliche del servizio, in modo tale che non sia più operativo né visibile dagli altri. Skype sta peraltro valutando potenziali migliorie per consentire un'autonoma chiusura dell'account da parte dell'utente". Ma sostanzialmente, il dato "rimarrà". Il Garante infatti sottolinea che Skype "ha tuttavia spiegato che l'account non viene definitivamente cancellato o distrutto e che il relativo username resta archiviato all'interno dei suoi sistemi: lo scopo dichiarato è quello di evitare che in futuro altri utenti possano utilizzare, intenzionalmente o meno, il medesimo nome". Per questo motivo l'Autorità intende portare in sede europea la questione dell'ulteriore conservazione dei dati permanendo, come si continua a leggere nella nota, sulla "necessità di alcuni chiarimenti in ordine alla tipologia dei dati conservati, dopo la chiusura dell'account, e ai tempi e alle modalità di tale conservazione, della quale peraltro l'utente potrebbe non essere del tutto consapevole". Questa vicenda, che potrebbe apparire ad alcuni "marginale" sulla gestione della privacy dei colossi della comunicazione, lascia invece intravedere quanto possa essere complesso mantenere quel diritto all'intimità (una volta la privacy si intendeva così in italiano) che un essere umano ha il diritto di godere, per non cadere nella sindrome del pesce rosso. Una battaglia civile, quella della tutela privacy, da portare avanti soprattutto per le nuovissime generazioni, quelle che al loro primo vagito sono già in rete con audio, video, account di social network, e live streaming per i parenti. Una battaglia civile per scongiurare il giorno nel quale l'intera vita di un uomo potrebbe essere analizzata e prevista (e deviata) in base a dei campi di un database e di un "software predittivo". Come spiegava il filosofo Ernest Kattens "nelle pieghe del futuro si nasconde il pericolo di un 'libero arbitrio cibernetico', di un 'uomo campionato' i cui comportamenti sono prevedibili tramite delle mere trasformate di Fourier".

• DALLA PRIMAPAGINA:

• POTREBBE INTERESSARTI:

• LE ALTRE NOTIZIE: