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Da Obama a Trump: USA attacca Siria. Russia: su armi chimiche Assad come Hussein

Donald Trump fa quello che aveva promesso Barack Obama e, dopo l'attacco chimico in Siria, gli Stati Uniti dal Mediterraneo lanciano 59 missili Tomahawk contro la base aerea militare siriana ad Homs. La Russia chiarisce che è "una aggressione contro una nazione sovrana" che "ricorda la situazione del 2003" quando gli USA hanno invaso l'Iraq con un pretesto inventato.

Barack Obama l'aveva promesso e Donald Trump l'ha fatto. Dopo quanto successo questa notte nel mar Mediterraneo, appare sempre più chiaro che poco o niente è cambiato alla Casa Bianca nonostante il giorno del suo insediamento Trump aveva assicurato che non ci sarebbe stato un semplice trasferimento "di potere da un'amministrazione all'altra o da un partito all'altro" poiché il potere sarebbe stato riconsegnato al popolo.

Non sono stati però i cittadini americani a dare l'ordine ai cacciatorpedinieri di stanza nel mar Mediterrareo di lanciare tra i 50 ed i 60 missili da crociera Tomahawk contro la base aerea militare siriana di al-Shayrat, situata nei pressi di Homs. E' stato infatti Trump (senza chiedere l'autorizzazione del Congresso), in risposta all'attacco chimico a Khan Shaykhun, nel governatorato di Idlib, anche se ad oggi non vi è alcuna certezza che sia stato davvero Bashar al-Assad a lanciare il gas. Secondo la versione russa, infatti, ad essere bombardata dagli aerei del regime è stata una postazione dei ribelli, all'interno della quale erano stati stoccate armi chimiche.

A nutrire dubbi sul fatto che possa essere stato davvero Assad ad usare armi chimiche contro il popolo persino il Vescovo siriano Antoine Audo, alla guida della diocesi caldea di Aleppo, ricordando che "gli scenari del conflitto siriano appaiono spesso enigmatici e manipolati da contrapposte propagande" che vanno a destabilizzare l'intero quadro geopolitico.

Infatti, due giorni prima dell'attacco chimico ad Khan Shaykhun, Donald Trump aveva sostenuto che Assad faceva parte della soluzione del problema siriano. Stanotte, invece, gli ha dichiarato guerra, e dopo l'attacco Trump ha invitato le "nazioni civilizzate" a contribuire a porre fine alla "macellazione ed allo spargimento di sangue in Siria" perché, sostiene, "non ci può essere alcuna controversia che la Siria abbia usato gas Sarin, violando i suoi obblighi ai sensi della Convenzione sulle armi chimiche".

Ed invece, questa storia assomiglia troppo a quella successa in Iraq, quando gli Stati Uniti e la Gran Bretagna spergiurarono che Saddam Hussein era in possesso di armi chimiche (mai trovate) e la "Coalizione dei volenterosi" attacca con 40 missili Tomahawk gli obiettivi strategici nella capitale irachena. E' iniziata così l'operazione Iraqi Freedom, che è costata la vita (anche grazie ad attacchi con il fosforo bianco) ad almeno 150mila iracheni, 4.500 militari USA, centinaia di cittadini di altre nazionalità ed ha destabilizzato l'intero Medio Oriente.

Anche il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov afferma che l'attacco americano in Siria "è un atto di aggressione con un pretesto assolutamente inventato" e "ricorda la situazione del 2003, quando gli USA e la Gran Bretagna, con alcuni loro alleati, hanno invaso l'Iraq".

E se nemmeno Kim Jong-un vuole fare la fine di Saddam Hussein, figurarsi Assad che oggi è sostenuto più che mai da Russia ed Iran. Vladimir Putin, attraverso il suo portavoce Dmitry Peskov, ha già chiarito che considera questo lancio di missili come "una aggressione contro una nazione sovrana", sottolineando che l'attacco non solo è avvenuto "in violazione del diritto internazionale" ma anche "per un pretesto inventato". Peskov ribadisce quindi che il governo di Assad "non possiede più armi chimiche" come confermato anche dall'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche dell'ONU quando vigilò sulla loro distruzione.

Putin afferma che l'attacco missilistico degli Stati Uniti contro la Siria è solo "un tentativo per cercare di distogliere l'attenzione della comunità internazionale dalle ancora numerose vittime civili in Iraq" e precisa che quanto successo "infligge un danno significativo alle relazioni USA-Russia, che sono già in uno stato deplorevole" e "crea seri ostacoli agli sforzi nel formare una coalizione internazionale per la lotta al terrorismo", che oltretutto era uno degli obiettivi principali di Trump in campagna elettorale.

A condannare fermamente l'attacco degli Stati Uniti in Siria anche l'Iran. Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano chiarisce infatti che Teheran condanna "qualsiasi azione militare unilaterale in Siria" poiché "tali azioni aggravano solo la situazione nella repubblica, rafforza le posizioni dei terroristi ed aggrava la situazione nella regione".

Al fianco di Donald Trump, invece, il premier di israeliano Benjamin Netanyahu e la premier inglese Theresa May che parla di "risposta appropriata" all'attacco con armi chimiche lanciato dal regime siriano. Anche l'Arabia Saudita dà il suo "pieno appoggio" al bombardamento statunitense, così come la Turchia di Recep Tayyip Erdogan "giudica positivamente" l'attacco americano.

Intanto, slitta l'esame delle risoluzioni presentate al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sull'attacco chimico nella provincia di Idlib. La Russia chiede invece che si apra immediatamente nella stessa sede un tavolo per "discutere della situazione attuale", con il Ministero degli Esteri che informa che Mosca ha deciso di sospendere il memorandum con la coalizione a guida americana per la prevenzione degli incidenti e sulla garanzia della sicurezza dei voli durante l'operazione in Siria.

© riproduzione riservata | online: | update: 07/04/2017

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