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Processo Ruby sentenza primo grado: 7 anni e interdizione perpetua pubblici uffici

Arriva per il processo Ruy la sentenza di primo grado: 7 anni di carcere e l'interdizione a vita dai pubblici uffici. Una sentenza "abnorme e surreale, con un colpevole e nessuna vittima" e "fuori della realtà e al di fuori degli atti processuali" come commentano Renato Schifani e Niccolò Ghedini. Intanto, scoppia la polemica per la presenza in Aula, in toga, del procuratore capo di Milano Edmondo Bruti Liberati.

Un anno in più rispetto a quanto chiesto dai pubblici ministeri. Si chiude così il processo Ruby nei confronti di Silvio Berlusconi, accusato ed oggi condannato in primo grado per concussione per costrizione e prostituzione minorile attraverso una "sentenza abnorme e surreale, con un colpevole e nessuna vittima" come la definisce l'ex presidente del Senato Renato Schifani. I giudici di Milano, riunitisi in camera di consiglio questa mattina, hanno infatti emesso il loro verdetto: 7 anni di carcere ed interdizione perpetua dai pubblici uffici. Inoltre, i giudici del processo sul caso Ruby, oltre ad emettere sentenza, hanno disposto la trasmissione degli atti alla Procura affinché valuti le presunte false testimonianze rese da alcuni testimoni nel corso del dibattimento. L'avvocato di Silvio Berlusconi, Niccolò Ghedini, commenta: "La questione non è se si tratta di una sentenza politica o non politica. E' una sentenza al di fuori della realtà e al di fuori degli atti processuali".

A far scoppiare la polemica anche la presenza in aula, con la toga, del procuratore capo di Milano Edmondo Bruti Liberati. Il procuratore capo aveva già programmato da tempo la sua presenza in aula il giorno della sentenza del processo Ruby, ma si pensava in abiti "civili". Dal Palazzo di Giustizia spiegano però che Bruti Liberati si è messo la toga ed è stato al fianco dell'altro pm, Antonio Sangermano, solo perché in aula non era presente Ilda Boccassini, visto che è in ferie. Una spiegazione che non sembra aver soddisfatto parte del Pdl, con il capogruppo della Commissione Giustizia alla Camera, Enrico Costa, che si domanda: "Qual è il significato della presenza del Procuratore Capo Bruti Liberati nell'aula del tribunale di Milano? E' infatti inusuale e molto singolare quanto sta accadendo: lo dobbiamo interpretare come un 'segnale' al collegio giudicante? Se così fosse, sarebbe preoccupante. Finora il procuratore Bruti Liberati non ha partecipato alle udienze dibattimentali e solo oggi sceglie di essere in aula. Non crediamo alle coincidenze". Gli fa eco Daniele Capezzone, Presidente della Commissione Finanze della Camera e Coordinatore dei dipartimenti Pdl, che sottolinea: "Ci sono fatti che hanno una forte valenza simbolica, nei confronti dei cittadini, dei media, e soprattutto di chi si prepara a giudicare. Come mai, oggi e proprio oggi, il procuratore capo Bruti Liberati, nell'imminenza della sentenza, ha ritenuto di essere presente in Aula?".

"Una certa magistratura è capace di negare anche l'evidenza pur di colpire l'avversario politico di sempre. Un'anomalia che esiste soltanto nel nostro Paese, dove alcuni giudici, schierati sempre dalla stessa parte, provano a ribaltare il giudizio chiaro e inequivocabile di dieci milioni di italiani che si riconoscono nel presidente Berlusconi" affond ancora Renato Schifani, mentre Maria Stella Gelmini afferma: "Questa sentenza porta dunque un'altra pietra al monumento della magistratura come contro potere giudicante di chi sia titolato o meno a governare il nostro Paese. - concludendo - Certa magistratura, a Milano, nel silenzio generale, non amministra la giustizia, bensì l'etica, nonostante le smentite di decine di testimoni e l'assenza di una prova: come accade in ogni teocrazia che si rispetti". Davanti al Palazzo di Giustizia di Milano, intanto, un piccolo gruppo di manifestanti ha esultato alla lettura della sentenza di primo grado del processo Ruby ai danni di Silvio Berlusconi, mentre la notizia rimbalza in tutto il mondo come "breaking news".

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