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Sulcis déjà vu: da miniere a stoccaggio CO2 per sotterrare il futuro

Una miniera di carbone occupata nel Sulcis. I minatori "pronti a tutto" (leggi esplosivo). Con loro a 400 metri Mauro Pili, ex presidente della Regione per risolvere il "nodo" politico: la riconversione. Il futuro sperato? Diventare una "discarica" di CO2 da lasciare a figli e nipoti. E il sogno diventa l'incubo del Lago Nyos.

Sulcis déjà vu. Potrebbe essere una canzone di Bryan Ferry, e invece è solo un drammatico remake di un film di vent'anni fa. I minatori del Sulcis iglesiente si calano nelle viscere della terra perché le "miniere stanno per chiudere". Manca, in effetti, ma non è detto che rispunti nel "director's cut", Sandro Ruotolo con le cuffie AKG d'ordinanza che si produce nella classica intervista a chi "comunica" che là sotto "c'è dell'esplosivo" e che i minatori "sono pronti a tutto". Un plot, quello delle occupazioni delle miniere del Sulcis, che ovviamente non sfugge anche ai protagonisti, reduci alcuni delle occupazioni del '93, '95 e '96. Questa volta i minatori sono asserragliati a circa 400 metri di profondità nella miniera Carbosulcis a Nuraxi Figus, Gonnesa, provincia di Carbonia Iglesias (o di Cagliari, a seconda che si conti la "soppressione" delle Province). I minatori, proprio come agli inizi del '900 chiedono "pane e lavoro" e, anche se Ruotolo non potrà raccontare in diretta la vicenda (a meno che l'occupazione non si protrarrà fino all'inizio di Servizio Pubblico su La7), anche questa volta da sotto terra "minacciano" un finale "esplosivo" .

I minatori precisano infatti a "La Repubblica" che "nella 'riservetta' - una serie di stanze blindate vicino al presidio degli occupanti, 473 metri sottoterra - ci sono '690 chili e 250 grammi di Premex, assieme a 1221 detonatori'. 'Per fare casino - dice uno di loro - basterebbero i 250 grammi e un detonatore'. Ma la grande 'bomba', per evitare sorprese da parte delle forze dell'ordine, non sarebbe più tutta nella 'riservetta'". Ed ecco fatto, gli ingredienti del "Sulcis déjà vu" ci sono tutti: dramma, esplosivo, e cronica "mancanza di futuro". Spiega Antonello Cherchi sempre a La Repubblica, in miniera da 32 anni: "(...) se vuoi mantenere la famiglia, devi lottare per tenerti questo lavoro, e magari sperare che un giorno tuo figlio possa entrare in miniera, visto che ha fatto l'università, ha cercato lavoro anche all'estero e non ha trovato nulla". Parole che assomigliano a quelle di qualche operaio dell'ILVA di Taranto, quasi fatalmente rassegnato a bere il "bicchiere di veleno" in cambio della possibilità di "sfamare la famiglia". Ed è interessante, nota qualcuno, come, proprio nel terzo millennio, convivano, come in Blade Runner, concetti e registri linguistici dei primi del '900 in piena esplosione proletaria, come "pane e lavoro", "sfamare la famiglia" e i prodotti mediatici della modernità (paradossalmente estratti dalle miniere di "Coltan") come "iPhone", "TV LCD 52 Pollici" e "Facebook".

Eppure nel Sulcis iglesiente, quasi come fosse una terra "ai confini della realtà", si vive da sempre in una contraddizione che sa di "bispensiero". Il baratro in cui si trova tutta la zona è chiaramente resposabilità di una classe politica che non ha saputo indirizzare, progettare, risolvere i problemi, come invece è stato fatto in altre zone analoghe nel mondo. Eppure questa classe politica nel Sulcis, così "carico" di "esplosivi" e di "voglia di lavorare" e di "dare futuro ai figli", non è stata spazzata via, ma, anzi, non si sa mai, accuratamente "conservata". La classe politica del Sulcis, come alcuni hanno osservato, appare come una "stratificazione geologica", una deposizione di "polvere di potere" che va di padre in figlio, di "Prima Repubblica" in "Seconda Repubblica" preparandosi per la Terza. Politica "stratigrafica" che forma le sue ipnotiche calciti coralloidi che hanno il potere di perpetuarsi immutabili nel panorama sulcitano. Politica che in oltre vent'anni ha "schiacciato" un'intera generazione di giovani del Sulcis che oggi ha trent'anni e che ha dovuto, per avere "pane e lavoro", e "sfamare la famiglia" partire con la valigia di cartone un po' in tutte le parti del mondo.

Ed è emblematico come in mezzo alle vene di carbone, tra i minatori in occupazione, brilli anche Mauro Pili (deputato Pdl, ex delfino di Silvio Berlusconi, ex sindaco di Iglesias, ex Presidente della Regione) la cui presenza "è stata accettata" dagli occupanti. Perché anche questa volta, la "soluzione" della crisi della Carbosulcis, come nei migliori remake del "Sulcis déjà vu" sta proprio nella politica. Spiega Sandro Mereu della Rsu, in superficie: "Questo è un governo che taglia e basta. Non credo che capirà l'importanza del nostro progetto. Qui da noi ci sono più tumori che all'Ilva di Taranto, noi vogliamo togliere il veleno dall'aria e non ci capiscono". Il "togliere il veleno dall'aria" sarebbe parte di quello che in gergo viene chiamato "programma integrato di miniera" ovvero, in soldoni (con un investimento che pare di circa 1,6 miliardi di euro in gran parte coperto dall'Unione Europea) continuare a far bruciare nella vicina centrale termoelettrica dell'Enel il carbone del Sulcis e "stoccare" le ceneri e la CO2 all'interno della miniera. Risponde Corrado Clini, il Ministro dell'Ambiente che nel 1995 era stato "sequestrato nel palazzo della Regione Sardegna, per tutta una giornata, dai minatori" come ricorda lui stesso, e che ora è l'interlocutore principale della vicenda. Spiega Clini: "A quasi vent'anni da quell'episodio, il tema è ancora lì: loro vorrebbero che si facesse un progetto che consente di produrre elettricità dal carbone e poi stoccare nella miniera le emissioni di anidride carbonica". Ma il ministro Clini non sembra convinto dato che "queste sono iniziative che vanno considerate dal punto di vista tecnologico e dal punto di vista economico".
Anche il sottosegretario Claudio De Vincenti frena sul progetto di riconversione e a La Repubblica afferma che il progetto "non sta in piedi" perché "costerebbe alla collettività 250 milioni di euro l'anno per otto anni. Quasi 200mila euro l'anno per ogni minatore. E' una spesa insostenibile e quindi bisogna trovare il modo per renderla sostenibile".

Ma è dal punto di vista ambientale che le cose di complicano ancora di più. La miniera di carbone diventerebbe infatti una "discarica" di anidride carbonica (e molto probabilmente di altri gas tossici) da regalare alle generazioni future. La tecnologia che i minatori vorrebbero "installare" in miniera è la famigerata CSS, ovvero, la "Carbon Capture and Storage" (o "Sequestration"). Una sorta di "bomba ambientale" che, prima o poi, esattamente come la polvere sotto il tappeto, ma in forma gassosa, tornerà alla luce. E l'incubo che il "veleno" immesso sotto terra possa "riemergere", non può che far andare con la mente ad un fatto realmente accaduto. La popolazione del Sulcis infatti, in caso ci fosse in futuro un cedimento della "discarica" ventura di CO2, si ritroverebbe a subire un massiccio rilascio aereo di anidride carbonica finendo, potenzialmente, come tutti gli esseri viventi del Lago Nyos a nord del Camerun. E cioè soffocati. Il 21 agosto 1986 il Lago Nyos emise una nuvola gigantesca di anidride carbonica che uccise circa duemila persone e migliaia di capi di bestiame oltre che qualsiasi essere vivente che respirava ossigeno.
Spiega Greenpeace sulla CSS: "La CCS consiste nel catturare la CO2 prodotta dalle centrali termoelettriche, per confinarla sottoterra. Ma nessun progetto al mondo è oggi in grado di integrare con successo nello stesso impianto le tecniche di 'cattura' a quelle di 'stoccaggio'. Non esiste alcun esempio di CCS applicata a impianti di scala industriale". Greenpeace nel 2008 portava già cattive notizie anche per le centrali che vorrebbero attuare il "sequestro": "(...) le perdite in termini di efficienza rispetto a un impianto sprovvisto di CCS sono notevoli, tali da annullare i miglioramenti degli ultimi 50 anni. La CCS potrebbe far raddoppiare i costi delle centrali, con aumenti nel prezzo dell'elettricità stimati del 20-90%. Una fuga di emissioni pari ad appena l'1% potrebbe invece compromettere qualsiasi beneficio per il clima nel lungo periodo".
Così non pare che il futuro del Sulcis possa essere continuare a "sotterrare" il suo futuro, ma piuttosto uscire fuori dal tunnel invece di ricominciare, ancora una volta, a scavare.

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