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Vieni via con me: l'elenco di un'Italia ormai a pezzi

A "Vieni via con me" viene letto "l'elenco delle cose di cui siamo fatti" che sono proprio oggetti e e non pensieri, ideologie, sogni, battaglie, modi di vivere. Tanto che nella stessa lista c'è "il camice di Umberto Veronesi" e "gli occhiali scuri di Pier Paolo Pasolini".

Ad inizio puntata Fabio Fazio presenta gli allievi della Scuola d'Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano che a turno leggeranno "l'elenco delle cose di cui siamo fatti".
Ma immediatamente dopo la declamazione dei primi punti sembra esserci qualcosa che stona, e non è solamente per il fatto di aver messo nella stella lista "il camice di Umberto Veronesi" e "la tonaca di don Lorenzo Milani".
Secondo questo elenco le "cose di cui siamo fatti" sono veramente cose, cioè oggetti e non pensieri, ideologie, parole, sogni, battaglie, modi di vivere.
Indro Montanelli infatti viene ricordato per la sua "lettera 22" (la celebre macchina per scrivere meccanica portatile realizzata dalla Olivetti, azienda leader dell'information technology che l'Italia ha saputo sapientemente affossare) e non per esempio per il suo essere poco conformista tanto da rimanere vittima nel 1977 di un attentato delle Brigate Rosse e non meritare nemmeno il nome nel titolo sull'articolo pubblicato dal "Corriere della Sera" dal quale si era dimesso qualche anno prima.
Allo stesso modo Pier Paolo Pasolini non è quel paio di "occhiali scuri" che indossava ma lo scrittore, il regista, il poeta e il giornalista attento osservatore di una società che stava radicalmente cambiando e che ebbe il coraggio di denunciare. Lo stesso che durante gli scontri del 1968 a Valle Giulia disse agli studenti che benché fossero "dalla parte della ragione" lui simpatizzava "coi poliziotti", perché "i poliziotti sono figli di poveri" mentre gli studenti erano i "figli di papà", e Pasolini lo scriveva nonostante "i giornalisti di tutto il mondo (compresi quelli delle televisioni) vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio delle Università) il culo".
In poche parole, non si può affiancare, con tutto il rispetto, la "coppa del mondo del 1982" e la "borraccia di Coppi e Bartali" con il "cestino di piazza della Loggia a Brescia" e "l'orologio della stazione di Bologna" per il semplice fatto che se anche l'Italia è una sola la storia italiana è ben più frammentaria e forse oggi anche a pezzi.

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