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Benigni: amare il proprio lavoro per fondare la nostra futura società

Roberto Benigni interviene alla festa della Fiom a Villa Angeletti (Bologna) "Tutti in piedi, entra il lavoro", presentata da Michele Santoro, invitando tutti a "amare il proprio lavoro", perché "dovrebbe essere la base su cui fondare la nostra futura società".

Roberto Benigni è stato l'ospite d'eccezione della kermesse "Tutti in piedi, entra il lavoro", che ha festeggiato i 110 anni della Fiom, la Federazione Impiegati Operai Metallurgici. Roberto Benigni scherza immediatamente con il conduttore della serata Michele Santoro facendo notare come la festa della Fiom è stata organizzata a Villa Angeletti, cioè "proprio a casa del segretario della UIL, che sta dormendo". "Come dire - continua a scherzare il comico - è come fare tutto il raduno della UIL a palazzo Landini (segretario generale della Fiom-Cgil, ndr)". Roberto Benigni sottolinea anche come la serata si è svolta inoltre proprio di venerdì 17, ironizzando sul fatto che "a parte i metalmeccanici a toccare ferro non c'è problema, sono abituati!". Roberto Benigni introduce poi la sua "arringa" sul diritto al lavoro citando (anche se non letteralmente) la poesia "Il fabbro" di Arthur Rimbaud, ricordando che "Tutti coloro la cui schiena è arsa da un sole feroce e che vanno con la fronte che scoppia in un lavoro infame, giù il cappello, questi sono i veri uomini". Roberto Benigni ricorda quindi come "le condizioni ottocentesche erano terrificanti e il sindacato quante cose belle ha fatto. Perché il lavoro è il prezzo che tutti noi hanno pagato". Benigni spiega che "non solo quando lavoriamo modifichiamo, diciamo così, ciò che lavoriamo ma modifichiamo noi stessi - e ancora - Modifichiamo proprio noi stessi". "Non c'è solo la ricompensa della paga - sottolinea Roberto Benigni - ma c'è una ricompensa misteriosa, molto misteriosa, che nessuno ci può togliere: conosciamo noi stessi, diventiamo indipendenti dall'universo intero. E' un diritto che nessuno ci può togliere". "Non è una dolorosa necessità (il lavoro, ndr) - ricorda e precisa il comico - ma è un servizio divino. Il diritto al lavoro è una cosa sacra e ogni legge che attenti al lavoro è un sacrilegio, dovrebbe essere". "Lo sappiamo - spiega Roberto Benigni alla numerosa platea radunata a Bologna - come diceva Primo Levi, se noi nella nostra vita togliamo alcuni momenti rari, prodigiosi che il destino a tutti noi a volte ci regala, tolti questi momenti, amare il proprio lavoro (è un privilegio che ancora oggi è dato a pochi) è la sola e più grande vera e concreta felicità che sia dato di conoscere sulla Terra, e questa è una verità che ben pochi conoscono". "Amare il proprio lavoro dovrebbe essere proprio ciò che dobbiamo fare per i nostri figli - continua Benigni - dovrebbe essere la base su cui fondare la nostra futura società. Amare il nostro lavoro. Con quella coscienza orgogliosa di essere utili, quella è una cosa straordinaria". Prima di lasciare il palco di Villa Angeletti, Roberto Benigni chiude con: "E io mi inchino a tutti i lavoratori, e che Dio vi benedica perché grazie a voi che il mondo va avanti. Evviva il lavoro - e insiste - Amate il vostro lavoro. Dev'essere un diritto per la nostra nuova società: amare il nostro lavoro".

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