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Piero Marrazzo in aula: il racconto di quel 3 luglio 2009, da Natalì in via Gradoli

Piero Marrazzo, l'ex governatore della Regione Lazio, è stato ascoltato oggi dal Tribunale di roma come testimone nel processo ai quattro carabinieri "infedeli", poiché accusati di aver organizzato un ricatto ai suoi danni. In aula, Piero Marrazzo racconta quindi la sua verità su quel 3 luglio 2009 quando, nell'appartamento del trans Natalì in via Gradoli, avrebbero fatto irruzione due carabinieri in borghese.

L'ex governatore della Regione Lazio Piero Marrazzo è stato sentito oggi in aula come testimone nel processo ai quattro carabinieri "infedeli", poiché accusati di aver organizzato un ricatto ai suoi danni. "Quel 3 luglio del 2009, nell'appartamento di Natalì in via Gradoli, ho avuto molta paura. Mi sono reso conto di aver compiuto il più grande errore della mia vita" spiega ai pm del Tribunale di Roma Piero Marrazzo, sottolineando come "i quattro anni trascorsi sono stati molto difficili" perché, aggiunge: "E' stata colpita la mia famiglia e la mia dignità personale e professionale. Sono separato, mi sono dimesso dall'incarico di governatore del Lazio ed era giusto fare così, sono tornato a non fare il mio lavoro. Un fatto che mi ha provocato dolore anche per colpa di una campagna mediatica micidiale, molto aggressiva e diffamatoria che ha fornito spesso alla pubblica opinione notizie non vere".

Piero Marrazzo comincia quindi a raccontare la sua verità su quel 3 luglio 2009 quando, nell'appartamento del trans Natalì in via Gradoli, avrebbero fatto irruzione due carabinieri in borghese. L'ex governatore della Regione Lazio sottolinea: "Qualche tempo prima del blitz in via Gradoli, Natalì mi disse che qualcuno mi avrebbe teso un agguato o avrebbe voluto colpirmi. Non diedi peso alla cosa che pensai fosse una semplice battuta ma, con il senno del poi, dopo quanto accaduto il 3 luglio del 2009, sono tornato a riflettere su quelle sue parole". Piero Marrazzo spiega: "Entrato a casa di Natalì ricordo che consegnai subito 800-1000 euro, pattuiti per la prestazione, e di essere andato in camera. Poco dopo ho sentito un gran trambusto. Erano due persone che Natalì mi disse essere carabinieri. Mi presero i documenti e il portafogli. Fui costretto a rimanere nella stanza senza potermi rivestire anche se i due mi avevano detto che pagando una cifra spropositata, enorme, 80mila euro in contanti, mi avrebbero lasciato andare. Non avevo quei soldi e, poiché anche Natalì mi aveva invitato a pagare, dissi che potevo staccare alcuni assegni: ne feci 3 per complessivi 15-20mila euro. In quel contesto, ebbi paura. Quei due militari in borghese cercavano campo con il cellulare e dicevano di attendere disposizioni dal comando. Intanto, però, mi impedivano di uscire dalla stanza e di raggiungere Natalì che, a sua volta, era stata portata in una seconda camera. Quando mi furono restituiti gli effetti personali, mi accorsi che mancavano almeno duemila euro. I due carabinieri andarono via e anche io, in stato di chiara confusione, feci lo stesso". Marrazzo aggiunge: "Con la coda dell'occhio notai su un tavolino un piatto con della polvere bianca che al mio ingresso in casa non c'era prima. Quando lasciai l'appartamento, dopo poche ore, ancora sconvolto, ricontattai Natali cui chiesi di venire a casa mia. Volevo avere la certezza che quei due fossero effettivamente carabinieri".

Piero Marrazzo precisa: "Fui sottoposto da quei due carabinieri a una violenza psicologica molto forte, mi trovai in stato di restrizione, quasi fossi un sequestrato. Volevo uscire a tutti costi da quella casa ma non mi fu consentito neppure di rivestirmi. - chiarendo - Non mi accorsi che nella casa di Natali i carabinieri stavano girando un video con il cellulare. Che esisteva un filmato lo appresi tempo dopo quando mi chiamò l'allora premier Silvio Berlusconi" quando lo contattò per avvertirlo che ''un direttore del gruppo Mondadori, forse Signorini, aveva visto un video che mi riguardava e che era inutilizzabile perché non si capiva bene. Aggiunse anche che ce lo aveva un'agenzia di Milano e mi diede un numero al quale telefonai successivamente. Mi rispose una donna, mi confermò di averlo. Le risposi che mi sarei attivato per mandare qualcuno di mia fiducia a vederlo". Piero Marrazzo prosegue: "Poi, dopo forse un giorno, mi richiamò ancora Berlusconi affermando che il video era stato sequestrato dai Ros e che tutto era andato bene. Mi volle tranquillizzare. Quando fui sentito in procura la prima volta, ebbi modo di vedere quel video, era girato in modo farraginoso e forse sottoposto a un montaggio. Oggi questa storia mi appare tutta più logica: quei carabinieri mi impedirono di lasciare la casa di Natalì, tenendomi ristretto in un ambiente, proprio perché stavano girando un video".

Piero Marrazzo infine conclude: "Ammetto le mie responsabilità: ho avuto negli anni passati sporadici incontri con transessuali, se ne contano sulle dita di una mano, qualche volta c'è stato un consumo di cocaina in modica quantità che non portavo certo io. Non ho mai usato l'auto di servizio per questo tipo di incontri né ho mai portato trans negli uffici della Regione". Marrazzo precisa da ultimo di "non conoscere" Giorgio Di Fazi, che in una informativa del Ros risultava essere il fornitore di Brenda, il viado morto in circostanze misteriose il 20 novembre del 2009 per un incendio scoppiato nel suo monolocale di via Due Ponti. Marrazzo spiega di non ricordare alcun contatto telefonico con quest'uomo sottolineando di non essersi "mai attivato perché ci fosse cocaina nei miei incontri con i trans".

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