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Pier Luigi Bersani: su Mirafiori dì qualcosa di sinistra

Referendum a Mirafiori. Da una parte la Fiat dall'altra parte gli operai. In gioco il diritto di sciopero, la Costituzione, le famiglie, il lavoro, la "globalizzazione", ma soprattutto la dignità. Il no perde per 9 voti, le cronache raccontano di operai che piangono votando sì. E Bersani? "Va rispettato".

A vederlo a Ballarò, prima di diventare segretario del PD, faceva gonfiare il petto d'orgoglio.
Quell'accento che sa di organizzazione e di Feste dell'Unità di Reggio Emilia, quelle metafore tratte dai proverbi popolari che ogni giorno tira fuori, anche mischiati (nello stite "si chiude il recinto quando son scappati i buoi, ma chi rompe paga e i cocci sono suoi"), quella pelata che faceva tanto medaglia sovietica regalata al nipote dal nonno partigiano, quel piglio deciso da compagno sindacalista delle campagne altri tempi; insomma tutto faceva pensare che Pier Luigi Bersani fosse il segretario giusto. Il Segretario del PD, una lettera dopo, nel progresso, del "PC".
Oltre Veltroni, oltre il "ma anche", oltre la piaggeria e l'indecisione, oltre le fissazioni, oltre gli stereotipi, oltre l'appiattimento, oltre la depressione. Bersani segretario era quel giusto pizzico di sano passato nel lucente futuro della sinistra. E invece, dal "ma anche" si è passati al tristissimo "invece no".
Lo si è visto quando il PD è rimasto fuori dal dibattito sul referendum di Mirafiori dove non solo è in discussione il futuro dei lavoratori italiani ma anche della sinistra italiana.
E dopo che il referendum è stato "vinto", per soli 9 voti tra gli operai (la vittoria al 54% del SI si deve ai "colletti bianchi"), il PD è compatto nel dire che il "risultato va rispettato".
Che il referendum di Mirafiori abbia dei tratti anticostituzionali, che sia stato frutto di un "ricatto", che il governo si sia schierato insieme ai media con l'AD di Fiat Marchionne, che la fabbrica di Mirafiori sia spaccata in due, che si metta in discusssione il diritto di sciopero, che si torni indietro di lustri (forse fino a Buggerru) nella storia sindacale: di tutte queste cose al PD non interessa.
E Bersani dichiara: "Adesso che i lavoratori di Mirafiori hanno votato quel risultato va rispettato, e va rispettato anche per quel tanto di disagio che rappresenta. Quindi ora Fiat mantenga gli impegni e si rivolga a tutti i lavoratori".
E Stefano Fassina (responsabile economia e lavoro PD) dichiara: "Il risultato del referendum a Mirafiori va riconosciuto da tutti e deve far riflettere tutti".
E Rosy Bindi (Presidente Assemblea Nazionale PD): "Con il voto di Mirafiori i lavoratori Fiat si sono coraggiosamente assunti tutto il peso della sopravvivenza e del rilancio dell'azienda".
E Piero Fassino (candidato del PD alle primarie per il sindaco di Torino): "Quello espresso dai lavoratori di Mirafiori è un sì che consente di dare certezze alla produzione e al lavoro, ma è anche un esito sofferto che testimonia delle difficoltà e del malessere di tanti operai".
E Pierpaolo Baretta (capogruppo del PD nella commissione Bilancio della Camera) dichiara: "Adesso si volti pagina e si passi ad investimento. La vittoria del sì impegna la Fiat all'investimento e mi auguro che la Fiom accetti il risultato per voltare pagina e ricostruire un miglior rapporto tra i sindacati".
E chi dopo aver letto queste "dichiarazioni" del maggior partito di sinistra italiano ha preso il suo libro "Cento anni di socialismo - la sinistra nell'Europa occidentale del XX secolo" di Donald Sassoon e l'ha usato come zeppa per il tavolo, rilegga ora la bandella: "Un grande storico segue le vicende dei partiti politici di sinistra (...) fino al trionfo del "mercato", cui anche la sinistra europea sembra essersi, più o meno a malincuore, rassegnata". Malincuore? Ma dove è il cuore?

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