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Perché il PD ha perso? Ecco il discorso integrale di Bersani

Perché il PD ha "perso" le elezioni 2013? Ecco il discorso integrale di Pier Luigi Bersani nel corso della conferenza stampa post voto, per una analisi (in futuro anche storica) del perché il Partito Democratico non è riuscito a farsi capire dagli elettori.

Perché il PD ha "perso" le elezioni 2013? Perché la proposta del centrosinistra non è riuscita a trovare un largo consenso nel Paese? Perché il Partito Democratico non è riuscito a farsi capire dagli elettori? E solo colpa dello tsunami grillino o delle proposte shock del PDL? Ecco come analizza la sconfitta politica Pier Luigi Bersani, segretario del PD e candidato premier del centrosinistra, nel corso della conferenza stampa post elezioni:

"Chi non riesce a garantire la governabilità al suo Paese non può dire di aver vinto le elezioni. E quindi noi non abbiamo vinto anche se siamo arrivati primi, questa è la sostanza e questo è anche l'oggetto della nostra delusione. Certamente questa cosa non avverrebbe in altri Paesi, negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Francia, dove un voto del genere avrebbe garantito comunque un meccanismo di governabilità, da noi non è così, e credo si capirà almeno da questo chi ha voluto impedire la riforma della legge elettorale, non certo noi. In queste elezioni c'è una enorme novità che ha investito tutto il sistema politico, che ha investito anche noi stessi, credo che con più calma, con più riflessione si dovrà fare un'analisi. Certamente hanno pesato due elementi di fondo, non occasionali. Il primo è quello della crisi, la recessione più grave dal dopoguerra, dalla guerra anzi, una disoccupazione giovanile al diapason, indebolimento dei redditi, un'incertezza, e ricette su questa crisi targate solo austerità. E questo certamente ha motivato un grande movimento d'opinione, certamente anche una certa volontà di rimuovere questo tema della crisi, in nome di messaggi o palingenetici o di fughe per via fiscale, e dall'altro la non accettazione, motivate e motivabile, di una ricetta basata solo in modo stretto sull'austerità, sul rigore. Qui c'è il venir meno in una lunga stagione di un meccanismo acquisitivo che ha accompagnato lo sviluppo delle società europee, e questo è un tema certamente che non sarà solo italiano, questa campana suona anche per l'Europa, secondo me. L'altro elemento che ha giocato è certamente questo rifiuto della politica così come si è presentata, in questi anni, di questi tempi, anche con le ultimissime vicende. Istituzioni inefficienti ed una politica non credibile, apparsa moralmente non credibile.

Ora noi tutto questo, noi Partito Democratico, noi schieramento dei progressisti non si può dire che non l'abbiamo visto, l'abbiamo visto da tempo che il movimento profondo dell'opinione pubblica italiana non si muoveva verso arzigogoli politicisti ma si muoveva invece verso una dinamica più complessa, una dinamica più profonda, una dinamica di disaffezione, di distacco, di rifiuto. Ed abbiamo cercato di corrispondere a questa novità, introducendo a nostra volta dei cambiamenti, nei nostri meccanismi, nei meccanismi di partecipazione, anche nel nostro modo d'essere. E quindi abbiamo cercato di reagire ma devo riconoscere che il problema ha nettamente sopravanzato le nostre ricette. Ora, per noi si tratta di prendere atto con semplicità, consapevolezza ed umiltà di quello che viene fuori da questo appuntamento elettorale, ribadendo la volontà di essere utili al nostro Paese. Noi comunque abbiamo consegnato da queste elezioni la maggiore responsabilità, siamo comunque una coalizione maggioritaria alla Camera, in voti e largamente nei seggi, maggioritaria per i voti al Senato, ed anche con una maggioranza relativa dei seggi. Per questo voglio ringraziare, ma anche ammonire su un punto che sento venire dai primi commenti: il bicchiere va letto dai due lati. Non è che siamo noi il problema, noi comunque siamo stati un punto di tenuta in questo momento. Sia chiaro. Se noi non avessimo fatto quel che abbiamo fatto saremmo stati in una situazione ancora più complicata.

E quindi, partendo da questa responsabilità, sappiamo che la prima parola necessariamente tocca a noi, che comunque senza vincere siamo arrivati primi. Tocca a noi in un Parlamento largamente cambiato, teniamo conto di questo dato dello scenario, anche. Cambiato non solo nelle sue componeti politiche ma anche nei suoi protagonisti. Noi stessi abbiamo dato un enorme impulso a questo cambiamento, il 40% di donne, un cambiamento radicale nei gruppi parlamentari, e quindi siamo davanti ad una situazione nuova. Ora, quando io dico che ci prenderemo le nostre responsabilità, che ci toccano, voglio dire molto chiaramente che noi sentiamo come nostra prima responsabilità verso il Paese quelli di essere portatori efficaci di una proposta di cambiamento, come è più di quello che abbiamo promesso in campagna elettorale, perché anche quel che abbiamo detto fin qui non basterà. Quindi, per quel che ci toccherà, io dico subito che la nostra predisposizione non sarà di predisporre adesso diplomazie con questo o con quello, perché questa cosa non corrisponderebbe alla fase. La nostra intenzione sarà di proporre, per quel che toccherà a noi, alcuni punti fondamentali di cambiamento, e cioè un programma essenziale da rivolgere al Parlamento su: riforma delle istituzioni, riforma della politica a partire dai costi della politica e da una nuova legge sui partiti, moralità pubblica e privata, difesa dei ceti più esposti alla crisi, impegno per una nuova politica europea per il lavoro.

Questi sono i titoli essenziali di una nostra possibile iniziativa, ripeto per quel che toccherà a noi, secondo una logica, cioè quello di ribaltare uno schema. No a discorsi a tavolino sulle alleanze, vediamo quel che c'è da fare per cambiare e ciascuno si prenda le sue responsabilità davanti al Parlamento e davanti al Paese. Porteremo questa impostazione, quando sarà il momento, al Presidente della Repubblica, ascolteremo naturalmente i suoi consigli, siamo e saremo per una responsabilità comune per quanto riguarda le istituzioni. Noi sappiamo bene di doverci prendere delle responsabilità verso l'Italia, non ci sfugge la drammaticità del momento. Non ci sfuggono i rischi per il nostro Paese. Ma questa responsabilità, sia chiaro, noi la consideriamo un sinonimo ormai di cambiamento. E quindi non ci si potrà chiedere di gestire per gestire, perché per gestire bisogna cambiare. E per gestire bisogna cambiare. Questa è la nostra impostazione, politica, logica e naturalmente nei prossimi giorni vedremo lo sviluppo degli avvenimenti, i nostri interlocutori politici e sociali, l'andamento delle cose, i rischi che possono prospettarsi per il Paese, e li valuteremo. Ma secondo questo asse di ragionamento.

A chi mi rivolgo? Io mi rivolgo al Parlamento, ma intenderei nel caso rivolgermi a partire dai temi della legalità, dai temi della moralità, dai temi della sobrietà della politica, dai temi delle riforme delle istituzioni, dai temi delle pari condizioni del mercato e naturalmente dai grandi temi sociali e di una Europa che deve cambiare ricetta. Chi può rispondere positivamente a questo non lo so. Io credo che l'Italia adesso vada messa di fronte a dei dati di merito, io non accetto più di parlare per enigmi. Ciascuno si prenda le sue responsabilità. Non so il PDL. Non so il MoVimento 5 Stelle: fin qui hanno detto tutti a casa, adesso ci sono anche loro, o vanno a casa anche loro o dicono che cosa vogliono fare per questo Paese, che è il loro Paese. Il loro e dei loro figli".

A quanto pare, i "grillini" elletti dovranno presto andare a casa, visto che il loro capo politico, Beppe Grillo, ha annunciato che non voterà la fiducia a Bersani . Rispondendo infine ad una ipotesi di dimissioni, Pier Luigi Bersani spiega: "Io non sono uno che abbandona la nave. Posso starci da capitano o da mozzo".
E intanto la nave affonda.

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