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Bersani e il "ricatto" del governo Monti: o noi o l'articolo 18

Pier Luigi Bersani sembra essere l'unica vittima del "ricatto" del governo Monti, che non cede sull'articolo 18. "E' inaccettabile mettermi di fronte a un prendere o lasciare", tuona il segretario del PD, su cui pesa la stabilità dell'esecutivo dei tecnici.

Pier Luigi Bersani non si sarebbe voluto trovare in questa situazione, e ciò era evidente a molti già da diverso tempo. Nel corso del vertice dove Pier Ferdinando Casini postava "allegramente" su Twitter una foto (http://is.gd/wnjbfo) dove annunciava che non c'era "nessuna defezione!" in quella maggioranza che appoggia il governo Monti (Pdl - PD - Terzo Polo) sembra proprio che il premier avesse promesso a Bersani che non avrebbe chiuso la trattativa sulla riforma del mercato del lavoro senza aver prima trovato un accordo con le parti sociali. L'impegno non è stato rispettato, ed ora Pier Luigi Bersani deve fare i conti con la propria base, la stessa che ha cercato di evitare "delegando" ogni decisione politica sulla riforma del lavoro al governo e ai sindacati, CGIL in primis. Susanna Camusso però non c'è l'ha proprio fatta a gettare alle ortiche decenni di lotte dei lavoratori approvando una norma che il segretario della CGIL definisce, per amore di sintesi, sui "licenziamenti facili" (http://is.gd/0wboXj). E così Mario Monti annuncia che la parola spetterà al Parlamento, precisando però che riguardo la modifica dell'articolo 18 "la partita è chiusa" e che non accetterà passi indietro "sulla flessibilità in uscita". In poche parole, sulla questione non ci potrà essere discussione e le alternative non saranno che due: o il Parlamento vota la riforma così com'è (e comunque senza modificare le nuove regole di Monti sui licenziamenti economici dove si prevede solo l'indennizzo e non il reintegro del lavoratore) oppure il governo dei tecnici va a casa.
Un "ricatto", quello del governo Monti, che vede vittima in particolar modo il PD di Pier Luigi Bersani, che da una parte non può tradire il proprio elettorato, che non vuole la modifica dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, e dall'altro non può permettersi di far cadere l'esecutivo. Qualsiasi decisione prenderà nel prossimo futuro, Bersani è costretto a perdere, anche perché non sembra di certo avere l'appoggio del Terzo Polo e tanto meno del Pdl, con Angelino Alfano che chiarisce: "Se vuole fare la riforma che hanno in mente la Camusso e la Fiom, allora vinca le elezioni, la faccia, e poi la speghi lui alla gente".
Anche Elsa Fornero sa di avere il coltello dalla parte del manico, tanto da dichiarare senza preoccupazione: "Bersani è un influente membro del Parlamento e il Parlamento può decidere. Il governo ha la sua posizione e ognuno ha la sua responsabilità e il suo ruolo. Noi daremo a Bersani le nostre ragioni e lui avrà la sua posizione e voterà in Parlamento. Il Parlamento esamini il provvedimento, lo emendi, lo approvi oppure ci mandi a casa" concludendo, chissà se e quanto sarcasticamente con "questa è la democrazia".
"E' inaccettabile mettermi di fronte a un prendere o lasciare" si sfoga quindi Pier Luigi Bersani, promettendo che "il PD si è riunito e già si stanno studiando gli emendamenti da presentare in Parlamento. A cominciare da una norma che preveda il ricorso al giudice per decidere tra reintegro o indennizzo non solo per i licenziamenti discriminatori ma anche per quelli giustificati con motivi economici per i quali il governo propone il solo indennizzo".
Ma Mario Monti, esattamente come ha fatto con la CGIL, tronca sul nascere ogni tipo di "negoziato" precisando solo che "il governo si impegna a riformulare la norma sui licenziamenti economici per evitare il rischio di abusi su presunti motivi economici". Questo è quanto il premier sembra disposto a concedere.
Il testo sulla riforma del mercato del lavoro, che ancora non è nero su bianco, dovrebbe comunque essere articolato per venir quindi presentato in Parlamento, non è ancora chiaro se attraverso un decreto legge, un disegno di legge ordinario o più probabilmente in un disegno di legge delega.
Elsa Fornero spiega che "al momento" l'esecutivo "non ha ancora scelto il veicolo", che verrà stabilito presumibilmente nel corso del Consiglio dei ministri convocato per oggi, ma precisa: "I tempi di approvazione della riforma dovranno essere brevi. Brevi, lo confermo, ma non brevissismi. Non è questione di 3 o 4 giorni".
L'unica concessione che il governo Monti sembra in grado di elargire prima di cambiare definitivamente il sistema del lavoro dipendente italiano.

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