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Monti e l'equità della deregolamentazione: articolo 18 prossimo passo

Mario Mario torna a ribadire, intervistato da Lucia Annunciata nel suo programma "In mezz'ora", che l'articolo 18 non è un tabù. Per l'esecutivo dei tecnici la modifica dell'articolo 18 non sembra quindi essere mai stata cacellata dall'agenda, anche perché è l'Europa che ce lo chiede.

Che Mario Monti sia stato chiamato per completare quella "deregolamentazione" (http://is.gd/Pnt9fy) auspicata dall'Europa, che dice basta al controllo statale? E' questa la domanda che sempre più categorie di cittadini sembrano cominciare a porsi, soprattutto dopo l'approvazione in Cdm di un decreto liberalizzazioni che non sembra essere pensato propriamento per rilanciare il mercato del lavoro, tanto che tutte le categorie interessate annunciano scioperi ad oltranza, e non sempre per difendere la propria "lobby", che molte volte sta da molto più a "monte". Il dubbio che il governo Monti lavori per completare una "deregulation" iniziata anni fa riaffiora quando il premier tecnocrate ribadisce di essere "contrario a trattative che assumano la forma di tabù". Il tabù in questione sarebbe l'articolo 18, che per questo esecutivo sembra essere una vera spina nel fianco. La modifica dell'articolo 18, d'altronde, "è un tema che sta nelle richieste dell'Unione europea, che ci chiede di rendere il lavoro più flessibile" aveva rivelato anche Fabrizio Ciccitto poco tempo fa, e quindi sembra sempre più evidente come prima o poi questa materia rientrerà nell'agenda di governo, nonostante Sergio Cofferati, che anni fa questa battaglia era riuscita a vincerla, faceva notare al ministro del Lavoro Elsa Fornero che pensare di "togliere i diritti a delle persone aiuti il lavoro degli altri è cosa priva di fondamento" nonché "priva di senso" (http://is.gd/OrbE5z). Molti non capiscono (ma forse comprendono bene) come la possibilità di licenziare senza giusta causa possa aiutare il Paese ad uscire dalla crisi. Il governo, spiegava sempre Cofferati, dovrebbe infatti "occuparsi della crescita, cosa che non fa" perché "le aziende assumono quando hanno bisogno" e cioè "perché c'è un mercato in crescita". Ma l'obiettivo di Monti, secondo alcuni analisti, non sembra essere tanto quello di "salvare" l'Italia quanto creare quelle condizioni richieste dall'Europa, che deve riuscire ad essere sempre più competitiva (nella sua unità) contro super potenze emergenti nel mercato quali Cina e India, in primis. E come è noto, è da sempre il lavoratore il costo maggiore di ogni produzione.
E infatti, intervistato da Lucia Annunciata nel suo programma "In mezz'ora", Mario Monti rivela che "l'ideale è un mercato quanto meno europeo sempre più unico, in cui chi è più forte e riesce a penetrare altrove lo fa, nel pieno rispetto di regole comuni e con un pavimento omogeneo", spiegando che anche in Italia "un po' per volta ci si sta avviando (a questo, ndr), nonostante alcuni riflessi nazionalistici degli ultimi tempi".
Per il premier, infatti, "lo Stato peggiore è quello in cui un Paese ha un sentimento nazionale anche nel campo industriale e della proprietà delle imprese, e quindi vuole che fioriscano e si sviluppino imprese, nel nostro caso italiane, ma quando dall'estero si tenta di acquisire aziende c'è una reazione nazionale".

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