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Microsoft: italiani vivono sulla nuvola, anche se inconsapevolmente

La Cloud, non la Claudia è nella testa dei nuovi italiani, anche se, come spesso succede, nemmeno lo sanno. La nuvola in cui tutto deve finire, secondo l'ultimo diktat informatico, è ormai una realtà senza che molti se ne siano accorti. Microsoft con l'Osservatorio Internet 2011 dà qualche numero.

Gli italiani stanno sulle nuvole ma non se ne sono accorti. Questo dato, che per una volta non è politico, ma ha ovviamente dei pesanti tratti sociologici, viene direttamente dall'Osservatorio Internet 2011 di Microsoft Windows Live grazie ad un'indagine condotta dalla società Nextplora su un campione di 1000 persone. Le "nuvole" sono ovviamente il "cloud computing", ovvero quella nuova tendenza dell'informatica dove la potenza di calcolo e le capacità di archivazione si spostano dal pc "proprietario" ai server delle compagnie di servizi. In realtà, ricordano alcuni, si tratta di un curioso "revival ciclico" dei mainframe e dei "terminali stupidi" che i primi hacker cercarono di contrastare, riuscendoci, sino a costruirsi da soli un computer "proprietario", quel "personal computer" che ora vogliamo spedire nella "cloud", appunto. Ora sembra infatti che di "personal" in rete non si voglia più possedere niente, sprezzando concetti come privacy e intimità in nome della "condivisione" a tutti i costi. L'italiano, sempre all'avanguardia nelle praterie digitali, sembra oggi ben felice di delegare la sua vita alla "nuvola", anzi, già lo fa, anche se, come spesso accade, non è pienamente consapevole. Scrive Microsoft in una nota: "Ad oggi, la conoscenza del mondo della Cloud sembra essere ancora limitata. Solo il 15% degli intervistati dichiara di fare uso di servizi in modalità cloud, mentre il 38% afferma di conoscerne almeno uno. Da un'analisi del comportamento effettivo dei rispondenti, emerge tuttavia che l'88% vive la propria vita sulla nuvola, anche se inconsapevolmente. Ad esempio, il 56% degli intervistati salva online le foto, il 51% le proprie passioni, il 29% la musica preferita, il 19% la vita personale, il 18% i documenti di lavoro e il 9% la propria posizione". Ed è proprio nell'"inconsapevolezza" che si annidano i pericoli e le perplessità, come ricordava Francesco Pizzetti, il Garante della Privacy italiano, nella sua "Relazione 2010". "Le imprese e gli operatori a cui il mercato offre questi nuovi servizi pensano soprattutto alla diminuzione di costi o alle opportunità di costante ammodernamento che queste tecnologie consentono, prestando scarsa attenzione al fatto che comportano la perdita del possesso fisico dei dati e dei programmi operativi che utilizzano. Di qui l'urgenza e l'importanza di un salto di qualità nella consapevolezza dei fenomeni", diceva il Garante della Privacy (http://is.gd/7BFn2t). Pizzetti ricorda non a caso che "cloud computing e di smartphone" rappresentano "un salto di qualità di dimensioni ancora difficilmente percepibili dalla maggior parte degli utenti". Alessandra Costa, Direttore Ricerche e Partner di Nextplora commenta la voglia di condividere degli italiani: "Stiamo osservando una profonda trasformazione a livello sociale nelle modalità e nei comportamenti legati alla condivisione, fenomeno che si sta affermando come un desiderio primario, tanto da farci parlare di "Società della Condivisione" (non più dell'informazione). Lo sharing oggi - prima ancora del comportamento di consumo - definisce la propria 'identità collettiva', quello cioè che siamo pubblicamente, per la nostra rete amicale, di conoscenze, di contatti". E non possono che tornare alla mente le parole di Papa Benedetto XVI che in Calabria, nel silenzio della Certosa di Serra San Bruno, osservava: "Negli ultimi decenni, poi, lo sviluppo dei media ha diffuso e amplificato un fenomeno che già si profilava negli anni Sessanta: la virtualità che rischia di dominare sulla realtà. Sempre più, anche senza accorgersene, le persone sono immerse in una dimensione virtuale, a causa di messaggi audiovisivi che accompagnano la loro vita da mattina a sera". E il Santo Padre sottolineava: "I più giovani, che sono nati già in questa condizione, sembrano voler riempire di musica e di immagini ogni momento vuoto, quasi per paura di sentire, appunto, questo vuoto. Si tratta di una tendenza che è sempre esistita, specialmente tra i giovani e nei contesti urbani più sviluppati, ma essa ha raggiunto un livello tale da far parlare di mutazione antropologica. Alcune persone non sono più capaci di rimanere a lungo in silenzio e in solitudine".

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